L’eterna lotta tra arte e tecnica

Eccoci qui, giunti al termine. Tour finito. Disagio e fastidio, mi stavo quasi abituando a suonare tutte le sere. Vabbe’, prendiamola come una vacanza che finisce subito. E che vacanza.

Ero rimasto a Firenze. Ebbene, dopo i bagordi fiorentini ci dirigiamo in quel di Modena per approdare al Vox, un locale davvero carino con un palco che ci contiene agevolmente tutti quanti. L’unico problema di questo palco e’ per il pubblico, giacche’ l’altezza dello stage e’ esorbitante e uno in prima fila se lo trova direttamente sul naso. Se poi quello in prima fila e’ Brunetta, non vede neanche le stringhe del cantante.

I camerini sono nel seminterrato e sono accoglienti e ben riforniti di salame di felino e varie amenita’ gastronomiche, compreso un sacco formato famiglia calabrese di Fonzies che decretano l’inizio del rave party di brufoli sul mio faccione.

La serata va alla grande e anche il banchetto lavora bene, finche’ Daniele non viene sfrattato dalla sua postazione da due cassiere che accampano il loro diritto di prelazione sul banco destinato agli scontrini. Ma figa, per battere due Cuba devi rompere i coglioni cosi’ tanto? Ma vattinne, vah….

Torniamo al nostro albergo arredato stile casadellazia anni ‘50 con gli asciugamani che sembrano federe dei cuscini e sveniamo sui talami. Il giorno dopo ci concediamo un ritorno a casa per goderci un day off domestico. Aaaaahhhhh…..

E via, domenica si riparte in direzione Treviso. E’ la volta del New Age di Roncade. Il locale non e’ gigantesco ma si rivelera’ teatro di una delle date piu’ belle del tour. I veneti ci accolgono benissimo e saltano come delle anguille, gran soddisfazione. E anche il banchetto ringrazia.

Menzione speciale merita il B&B che ci ospita, gestito dall’ottima Maria che ci viene anche a sentire in concerto facendoci trovare, al nostro ritorno, una tavola imbandita di dolci di ogni tipo per la colazione del giorno dopo. Massima stima. Ovviamente ha dovuto comprare un disco. Non scherziamo eh.

Dulcis in fundo, arriva la data del 31 ottobre a Torino. Il posto e’ fichissimo, trattasi di una tensostruttura (non avevo la minima idea di cosa volesse dire, ma mi e’ stato detto che codesto e’ il termine corretto) che ospita un palco che sembra piazza Tienanmen, sul quale di li’ a poco noi sordidi metallari ci agiteremo come dei girini in cocaina truccati da zombie incancreniti, di fronte a una quantita’ inimmaginabile di metallari presi benissimo che si scassano sotto il palco e ci gasano come bottiglie di Perrier. Io sudo come una tigre siberiana in Congo e tempo zero la mia camicia si imbratta di ogni genere di trucco. Ma meglio cosi’, sembro appena uscito da Resident Evil.

Che dire, data epica. A fine serata salutiamo i ragazzi dei Lacuna e lo staff, e un po’ ci piglia la saudade. Checcazzo. Gia’ finita. Si torna a casa.

Ma quanto mi sono gasato.

Gasa

Dura la vita in tour, durissima. Dover affrontare delle bistecche da 4 tonnellate per due sere di seguito e’ un’impresa da metallari di un certo spessore. Ma andiamo con ordine.

La serata a Roma e’ stata ecceziunale, non foss’altro perche’, oltre ai copiosi EP venduti, ci siamo imbattuti in personaggi di una certa rilevanza. Menzione d’onore spetta alla romanissima Silvana che, dopo il concerto, ci riversa addosso litri di complimenti conditi da una serie di aho’ anvedi alimortaccitua per niente male. La suddetta, inoltre, non esita a sottolineare quanto le sue lesbiche misure riassumibili in una quinta di reggiseno avrebbero potuto esserci di grande aiuto nella vendita del merchandise. E noi ovviamente ci rammarichiamo di non aver potuto avere a disposizione una simile risorsa di marketing all’inizio della serata. Perche’ il buon Daniele, fratello dell’Andre Bacchio nonche’ nostro uomo-banchetto, e’ tanto un bravo e capace ragazzo ma purtroppo pecca di sesso maschile e percio’ poco sfruttabile. E vabbe’, le nostre risorse sono queste, che dobbiamo fare.

Come un forcipe incandescente, pero’, ci arriva sul groppone la notizia della cancellazione della data di Napoli. Ah, fantastico. L’unico albergo che avevamo gia’ prepagato, ovviamente senza possibilita’ di disdetta. Eccheccazzo. E quindi, dopo lunghe consultazioni, decidiamo di dirigerci verso Firenze, meta della data successiva. Arriviamo in loco e veniamo accolti dall’ottimo Marino, un collega di Giordano che ci mette a disposizione un appartamento fighissimo che ospitera’ tre Caini. Dopo esserci dati una mezza lavata il suddetto ci scorta in un ristorante nel centro fiorentino dove ci viene servita una fiorentinazza violentissima che appaga le nostre panze vuote metallare. E dopo esserci abbondandemente innaffiati di Chianti si fa una certa e si va a dormire. Il giorno dopo, vale a dire ieri, mi trasformo in maestrina delle scuole primarie e porto i Caini in gita culturale agli Uffizi, dove la violenza metallara si scioglie di fronte a Michelangelo & Co. Che teneri i metallaroni che si commuovono di fronte all’arte sublime.

Ok, ok. Raga, abbiamo dato. Ora…fame. E dunque ci imboschiamo in una vineria locale dove l’oste ci rifocilla con panini con porchetta e vino rosso. “Obbambini, occhevvido’ da mangiare? Si fanno du’ panini on la porhetta?”. Impagabile.

Tornati a casa Giordano e Guido fanno una breve capatina al supermarche’ rincasando con latte, the’ e biscotti. E il pomeriggio si esaurisce mentre io e Guido inzuppiamo delle Macine nel latte. Che metallo, signori.

La sera si esce a cena e ci si ritrova in un ristorantino mascherato da pizzeria, dove tuttavia non riusciamo a vincere il fascino irrefrenabile del quarto di bue…e ci fiociniamo un’altra fiorentina. La gotta e’ dietro l’angolo.

Stamattina ci svegliamo con comodo e ci prepariamo per la serata, stasera si suona al Viper. Nel tragitto tra casa e locale, pero’, e’ d’obbligo un pit stop dall’apposito baracchino locale dove mi scofano due panini col lampredotto lubrificato da salsa verde. Che figata assoluta. Ed eccomi qui, al Viper. Minchia che bel posto. C’e’ anche l’Internet. Qui mi sa che stasera si spacca giu’ tutto.

Uh yeah cazzo, che voglia di metallo.

Stavolta il metallo ha deciso di trasportarci in una lunga avventura. Venerdi’ e’ iniziato il tour di supporto ai Lacuna Coil che ospitera’ i miei Caini per 8 date in Italia.

Siccome noialtri siamo degli scappati di casa, la preparazione all’impresa ci vede impegnati in una quantita’ di prove indecente, in cui cerchiamo di sistemare anche il tarzanello sul pelo del culo del paramecio primordiale. E nei giorni precedenti alla partenza il mio fisico decide di ribellarsi al troppo metallo riempiendosi di brufolazzi che avrebbero gareggiato con quelli  del giovane Werther in preda ai deliri ormonali della pre-adolescenza.

Beh, insomma, arriviamo alla prima data al Bloom di Mezzago pronti e carichi (io, soprattutto, carico di pus). I Lacuna ci accolgono nel migliore dei modi, come fossimo amici di vecchia data, e ci fanno subito sentire a casa. Yeah.

Arriva sera, i cancelli si aprono e il locale si riempie. Ora si comincia sul serio. Andiamo sul palco e, nonostante l’inferno dantesco di suoni incomprensibili che ci circonda, ci portiamo a casa una bella performance, considerando che le poche volte che mi sono tolto le cuffie mi sembrava di essere stato infilato nella turbina di un Concorde diretto alla settima bolgia. Ma il metallo ci premia, e, a fine serata, il nostro banchetto viene assalito e i nostri EP venduti in gran copia. Gasamento totale.

Ma il vero viaggio comincia il giorno seguente, sabato. Destinazione Rock Planet, Cervia. Bene. Dopo una mattinata delirante dedicata a ritiro furgone, carico furgone, no raga cazzo non ci sta tutta la roba allora figaculotette Giordano devi pigliare la tua macchina, andiamo a prendere Barusso, andiamo a prendere Giotanni, andiamo a prenderlo nel culo…..ecco, dopo tutto cio’ si parte.

Viaggio liscio e si arriva in loco. Mentre i ragazzi fanno i suoni io, l’Andre, Guido e Giordano andiamo ad ammazzarci a piadinate e ne usciamo abbastanza provati, tant’e’ che nessuno di noi finira’ la pizza che ci e’ stata riservata per cena. Ormai siamo vecchi metallari che vengono sconfitti da un po’ di squacquerone.

Ma siamo pronti, cazzo. Il locale sta iniziando a riempirsi e noi saliamo sul palco belli arzilli e tutto fila liscio. A fine serata anche il banchetto presieduto dal buon Daniele e’ contento. Qualche foto, qualche autografo per noi Caini e siamo tutti contenti come dei bambini che affogano in una piscina di Nutella.

E via, in albergo. Il giorno dopo si parte alla volta di San Benedetto del Tronto, che ospitera’ il nostro day off. Il posto e’ stato scelto perche’ a meta’ strada tra Cervia e Roma, ma mai una scelta fu piu’ triste. Gia’, perche’ questo ameno paesotto sull’Adriatico e’ la tipica localita’ che vive 3 mesi all’anno, e nei mesi rimanenti e’ solo un’eco sbiadita della celeberrima canzone di Ruggeri.

Arrivati sul posto attendiamo un buon quarto d’ora che arrivi l’omino della reception. Arriva. Esce dalla macchina questo personaggio conciato come Keit Richards dopo una serata ad Amsterdam e si accorge di aver preso solo le chiavi di una stanza. Ok scusate vado a prendere le altre chiavi, tanto abito a 1 Km. E passa un’altra mezz’ora. Finalmente ci appropriamo delle camere e ci lanciamo in coma sui talami.

La sera troviamo sul lungo mare 2 (DUE) locali aperti, in uno dei quali consumiamo la nostra cena innaffiata da una buona quantita’ di birra. E alle undici torniamo in albergo, complice anche un’atmosfera da alba dei morti dementi. Tornati in camera io decido che il metallo della mia giornata e’ esaurito e mi fiondo a letto, mentre il buon Giordano si scialla sul divano letto visionando un Rocky d’annata.

Il giorno dopo si salpa per Roma, Circolo degli Artisti, da dove sto scrivendo in questo momento. Stasera se ne vedranno delle belle.

Essere metallaro e’ un duro, durissimo lavoro. Fare colazione tutti i giorni con sangue caldo e frattaglie, cospargersi di grasso di foca monaca e procurarsi il pellame da animali viv per coprire i propri enormi muscoli e’ un’attivita’ che comporta notevole abnegazione.

Fare un videoclip di un pezzo metal, va da se’, e’ un’impresa titanica. Ma i Cayne sono metallari veri, massicci e incazzati e non temono nulla. E sabato si salpa alla volta di Genova, ove ci attende la troupe che realizzera’ il suddetto video.

Partiamo rigorosamente in ritardo per fermarci praticamente subito in Autogrill, prima per mangiare un panino al topo secco, poi per supportare il satanico Barux che armato di pinza cerca di sistemare posticciamente il motore con del fil di ferro. Se il buon Guido non avesse avuto una pinza probabilmente Barusso avrebbe sradicato un cartello segnaletico sminuzzandolo in innumerevoli frammenti per poi forgiarne cotal utensile. Terminata questa operazione terribilmente metal, ci rimettiamo in macchina e riusciamo ad arrivare nel ridente capoluogo ligure. La prima meta e’ un parcheggio sotterraneo dove verranno momentaneamente lasciate le vetture non immediatamente necessarie. Peccato che, poco prima della sbarra di ingresso, la macchina dell’Andre decida di non accendersi piu’.

La macchina dell’Andre e’ un’Alfa con piu’ elettronica di uno shuttle, tanto che per pulire i vetri non utilizza del banale detergente, ma raggi laser. E nel momento in cui viene infilata la chiave e sullo schermo compaiono scritte indecifrabili in un qualche sconosciuto alfabeto alieno ebbene si’, abbiamo un problema.

Approccio Ingegner Annandi: tranquilli, niente panico. Prendo il manuale dell’auto e comincio a scorrerne le pagine cercando di individuare il primo diagramma di flusso che mi possa consentire di circoscrivere e risolvere il problema. Ueh, ho studiato io.

Approccio Andre/Barusso/Guido: prendiamo i cavi, e’ la batteria.

Ecco, infatti. E’ la batteria. Sono in momenti come questi che capisci di essere una creatura assolutamente inutile.

E cosi’ in breve l’auto si ripiglia e si riesce a parcheggiare. Ok, fino a stasera non dobbiamo pensarci. Ora tutti su col Barusso. Prossima tappa: strip club genovese in cui si gireranno le prime scene del video. Bene. L’indirizzo ce l’abbiamo, il navigatore anche. Peccato che il navigatore in questione sia un simpatico burlone che appena prima di farti svoltare cambia idea e ti dice di fare inversione a U. Va da se’ che, in balìa di strumenti tecnologici del genere, arriviamo in loco dopo aver affrontato il deserto del Gobi, l’altopiano anatolico e il Mare del Nord.

Il posto e’ quanto di piu’ sordido si possa immaginare, un night di bassissima lega con due pali da lap dance, muri scrostati, cesso che non si chiude e minuscoli bugigattoli con microtendine per occultare le sporcellerie dei clienti. Sarebbe stato interessante avere sottomano Luminol e luce di Wood. Ma e’ esattamente questo di cui abbiamo bisogno.

La scena ha come protagonista il buon Giordano the frontman, il quale viene adescato da una spogliarellista che lo stordisce con i peggio numeri. La ragazza dimostra subito una notevole confidenza col palo e Giordano entra un attimo in difficolta’, non molto preparato ad una situazione del genere. E quindi, per sciogliersi un po’, non c’e’ niente di meglio di una bella boccia di Jägermeister che il nostro eroe si trangugia di buona lena. E via, si va, scena dopo scena Giorda viene strattonato, spintonato, spupazzato e anche preso a calci, perche’ no. Tutto questo viene prontamente immortalato dall’ottima TIGRE Baciga che si mimetizza nel set con sapienza metallara regalandoci degli scatti che neanche a uno shooting di Burzum.

Bene. Qui abbiamo fatto. Si va al Cineporto a fare le riprese notturne. E qui Giordano deve sobbarcarsi una serie infinita di videosbattimenti, non anticipo niente senno’ Barusso mi impala sul sacro altare del metallo. So solo che il nostro povero cantante andra’ a letto alle cinque del mattino dopo averne passate di ogni.

Il giorno dopo sveglia alle nove. Siamo freschi come degli arrosticini appena fatti. E via, in centro in mezzo ai caruggi a girare le scene della band. Anche in questa occasione ho avuto la dimostrazione che le mie occhiaie sono assolutamente da primato: non c’e’ trucco che tenga, resistono di fronte a qualsiasi tipo di prodotto. Forse dovrei sfidare Della Palma.

Giriamo, giriamo, giriamo. Non so piu’ quante volte abbiamo “suonato” lo stesso pezzo, sudando e faticando come dei fachiri immersi nelle terme in mezzo al Kalahari. So solo che oggi ho i polpacci di Mussi durante la finale di USA ‘94.

Arriviamo a fine giornata discretamente stremati e con delle ascelle molto importanti. Ma tutto cio’ e’ comunque oltremodo metal. Facciamo su le nostre carabattole da 95 Kg cadauna e torniamo a casa.

Nota finale: l’Alfa dell’Andre ovviamente non possiede leve di apertura del bagagliaio. E’ tutto comandato elettronicamente. Sfilare una tastiera lunga piu’ di un metro e pesante 22 Kg facendola passare dalla portiera del passeggero e’ quanto di piu’ titanico si possa immaginare.

Ma cazzo cene. Il metallo e’ con noi.

E checcazzo pero’, eh. Stavolta mi girano veramente le palle per la fine delle vacanze..niente da dire, la settimana Fuoco&Fiamme brallese e’ stata una delle migliori degli ultimi anni. Nessuna pieta’, nessun prigioniero, nessuna remora. Il gruppo TIGRE, elite (perdonate l’assenza dell’accento, ma la tastiera ammericana non ne e’ provvista e il mio rapporto con l’ASCII e’ ancora ai pre-preliminari) combattente speciale dell’HTF, si e’ lanciato in imprese titaniche degne di essere tramandate da ballate piffero-fisarmoniche per i secoli a venire.

Io comincio subito belligerante andando a suonare con i Pipes alla Notte Bianca di Volpedo (ebbene si’), la cui piazza dopo l’una di notte si tramuta in una discopista degna dei peggiori locali di Ibiza con tutto il paese che si dimena a ritmo di vino. L’idillio viene ovviamente interrotto verso le quattro da una pattuglia di Carabinieri che, evidentemente annoiati dalla Settimana Enigmistica, decidono di entrare a gambe tese sui coglioni degli organizzatori costringendoli a sbaraccare. Pfah.

Domenica e lunedi’ sono dedicati al Trebbia, che quest’anno da’ il meglio di se’. Ma io dico che cazzo ci va a fare la gente al mare? C’e’ la sabbia che ti penetra in tutti i piu’ occulti orifizi, l’acqua salata che ti tramuta in un’acciuga in salamoia e un fottuto caldo insopportabile. Mentre il fiume e’ il vero paradiso, acqua incredibilmente calda, pozze belle profonde e un allegro venticello che ti rinfresca le chiappe. Ed e’ proprio sul fiume che inizia il sottile lavoro diplomatico che ci portera’ nel giro di qualche giorno ad una sorta di inaspettato gemellaggio con Cerignale, sancito dall’incontro fra i TIGRE e l’indigena Marta Baciga, entrambi coalizzati contro il nemico comune, Colleri. RRRRRRRRRRRROAAAAARRRR.

Lunedi’ sera timbriamo il primo cartellino all’Ombra di Varzi dove riscopriamo i tipici gusti locali, come il tipico Cuba Pestato di Vito, il barman naturalizzato varzese che presiede alle sbronze di tutto il paese.

Corroborati da questo nettare torniamo in terra brallese e ci adagiamo sui talami, giacche’ l’indomani ci aspetta l’Impresa della stagione.

L’ottimo luogotenente A. TIGRE Passannanti ci guida verso un territorio inesplorato che, a suo dire, nasconde degli incredibili spettacoli naturali. E tutto cio’ in una localita’ segretissima del piacentino. Io e il buon TIGRE Riccardo Prissi siamo eccitatissimi e seguiamo in tutto e per tutto il nostro comandante. Dopo aver raggiunto Perino ed esserci rinfrancati con della coppa locale ci inerpichiamo per improbabili strade asfaltate nel dopoguerra e raggiungiamo Calenzano, un paese di sette case che pero’ vanta ben due fontane e una tipa con una dodicesima di reggiseno che lava dei panni.

Superiamo il paesello e arriviamo nei pressi di una vecchia pieve, secondo me tuttora utilizzata per sacrifici satanici (nonostante mio cuggino si ostini a sostenere il contrario). Ok che questa foto e’ all’imbrunire, pero’…

Pievella

Parcheggiamo qui e imbocchiamo una strada sterrata in mezzo ai campi, dove il viandante viene circondato da more e uva selvatica, delle quali noialtri facciam mambassa scofanando senza remore. Dopo copiosi saliscendi ci immergiamo nella boscaglia affrontando una scalinata che ci porta….qui.

caschella

Di fronte a questo spettacolo inaudito rimaniamo a bocca aperta come delle spose giapponesi al bukkake party la sera precedente le nozze. Una delle ambientazioni piu’ metallare che io abbia mai visto. Acqua che probabilmente arriva direttamente dai Cinque Picchi. E ovviamente non possiamo esimerci dal fare una bella abluzione in queste belle piscine naturali che ci accolgono nel loro tepore con acqua che difficilmente arriva ai 10 gradi. Roba da fagiolino e biglie.

E via, dopo il bagno si prosegue, vai vai vai salta scala inerpicati cammina ocio che c’e’ la palta passa di qua che e’ piu’ facile, e arriviamo all’ultima cascata, una minella di 17 metri che viene giu’ fredda come il cazzo di Rasputin e incazzata come Burzum a un concerto country. E anche qui non resistiamo all’abluzione. Ma cazzo, i costumi sono ancora bagnati e freddi. Ma chissene, qui non c’e’ nessuno. E allora si va a culo nudo. Yeah.

uAAAAH

Rivestitici dopo questa impresa da bulicci ce ne torniamo alla macchina e partiamo. Ma la fame addenta i nostri stomaci avventurosi. E quindi ci si ferma per un aperitivo a Perino dove il barista ci da’ indicazioni per raggiungere un’osteria poco distante. Arriviamo dunque in loco e ci sediamo sotto un pergolato dove squarziamo salumi misti, pisarei, tortelli, anatra arrosto e cotolette, macedonia con gelato. Chiediamo il conto ma ci pregano di presentarci alla cassa, dove la padrona di casa si sincera che la cena sia stata di nostro gradimento e ci presenta un conto decisamente onesto. “Ragassi, vi ho fatto lo sconto”. Beh, certo, evidentemente il barista perinese l’aveva avvisata che di li’ a poco nel suo locale sarebbero calati i TIGRE.

Saldato il conto rientriamo al paesello pieni come autobotti, garruli e galvanizzati dall’impresa. Il riposo dei guerrieri e’ quello che ci spetta di diritto.

Il giorno dopo e’ dedicato alla sacra ed irrinunciabile grigliata per la quale ci premuniamo di vettovaglie in quantita’, non tenendo conto del fatto che ormai siamo anziani e, pur essendo TIGRI affamate, non abbiamo piu’ l’aggressivita’ alimentare degli anni passati. E ovviamente dopo aver consumato poco piu’ della meta’ delle scorte siamo scassati come rapper a un concerto degli Slayer. Tutta colpa del Couscous della Baciga che con le sue verdure ci ha debilitato la digestione. Ma comunque siamo bellissimi, bucolici e anche un po’ bulicci.

grigliaz

Ma, tant’e', non tutti i mali vengono per suocere, e la trimalcionata si rivela benzina indispensabile per la serata che ci prepariamo ad affrontare. Meta: Mill Village di Piacenza. La squadra e’ pronta e motivata e appena in loco, drink alla mano, si scatena in danze tamarre valtrebbiesi. Prissi e’ la star della serata: siamo tranquillamente seduti a goderci una pausa sigo-alcolica dalle danze quando il suddetto, con un movimento anomalo della sedia, rovina con tutto il suo dolce peso su due ragazzette sedute sul divano attiguo causando l’ilarita’ generale. Non pago, il ragazzo riscopre le sue doti di danzatore pelvico-acrobatico suscitando le affamatissime attenzioni di una super MILF che tenta di appiccicarglisi addosso come la proverbiale patella sullo scoglio. Solo l’intervento della Baciga in tenuta post-indie-punk salvera’ Prissi dall’altrimenti inevitabile epilogo.

tamarri

Il giorno dopo, giovedi’, passa liscio e senza eventi particolari, ci stravacchiamo in Trebbia e la sera ci concediamo un paio di cicchetti all’Ombra.

Venerdi’, complice il tempo non eccelso, ci rechiamo con la sopraggiunta Titti a Colleri per dare un occhio al neonato Parco Astronomico.

Aspetta.

PARCO ASTRONOMICO?!?

Gia’. A Colleri hanno installato due pallonazzi bianchi che ospitano al loro interno due telescopi pajella con cui passeggiare per il cielo brallese. Ovviamente il pomeriggio trascorre a pensare a quante stronzate sottometraggistiche si potrebbero realizzare in un contesto del genere.

E siamo pronti per la cena. Teatro della quale sara’ il ristorante di Cerignale, sul quale calano i TIGRE in tutta la loro famelicita’. Disastro. Mangiamo come dei porcelli a digiuno da un mese e ci riempiamo di cinghiale fino alle sopracciglia. Tutte le nostre belligeranti intenzioni di far serata si sopiscono di fronte alla pienezza devastante delle nostre obese panze. E allora optiamo per farci guidare dalla Baciga in un tour notturno del paesello. I raga vengono particolarmente colpiti dal fascino del ruscelletto che senza sosta serpeggia fra le abitazioni cerignalesi e decidono di consacrarlo come si deve.

ruscelletto

Dopo esserci notevolmente alleggeriti (nonostante le invettive della nostra guida turistica) finiamo il giro del paesello e ce ne torniamo nei nostri feudi, dove ci attende il garage con il suo materno tepore.

caraggio

Il giorno dopo c’e’ un tempo eccezzziunale e ci fiondiamo in Trebbia, dove tra un’abluzione e l’altra troviamo il tempo per immortalare la nostra condizione di oltrepadani vacanzieri. Evviva l’ombra che mi copre le occhiaie. Notare la forma smagliante di Faccetto e il sorriso bocconiano del Principino. Che stile, signori.

trebbiazza

E’ sabato. E’ sera. E quindi? Danse’ danse’. Si’, peccato che una volta giunti a Varzi scopriamo che e’ tutto chiuso, percio’ dobbiamo accontentarci di sbronzarci all’Ombra mentre veniamo ricoperti di insulti dalla Baciga che ha dovuto ADDIRITTURA svallare per arrivare li’.  Ma piantala vah, che non sei neanche capace di guidare. Facci, pensaci tu. Uahaha.

La serata si prolunga fino a tardi complice il garage che ci scimmia con le candele. Guardate con quale solerzia il Principino si dedica alle pratiche ceristiche.

caraggio candele cuggino

E giungiamo all’epilogo. La domenica, dopo una trebbiata volante, e’ tempo di tornare in citta’. E’ tempo di deprimersi. E’ tempo di Tannhauser. Questa volta il rientro e’ veramente una tristezza devastante.

Ma coraggio, potrebbe anche andare peggio.

Potrebbe piovere.

Il rientro si sente. Mi ha gia’ preso a pugni, peggio di un cinese ubriaco. Dopo neanche tre giorni di ufficio sono gia’ ridotto come se avessi lavorato due anni senza pause.

Peggio del trauma di rientro lavorativo e’ stato il trauma di rientro musicale. Dopo due settimane di totale inattivita’ le mie dita sono pezzi di legno nodoso, prima di riuscire ad emettere suoni vagamente definibili tali ho dovuto faticare non poco. Credo che suonare sia peggio di allenarsi in uno sport qualsiasi. Un atleta che sta fermo per una settimana non perde quanto un musicista che non si esercita per altrettanto. Persino delle cose che prima mi venivano egregiamente ora sono arrugginite, e di molto. Vabbe’, poco male, una scusa per studiare un po’ di piu’.

E poi mi manca il live. Per fortuna venerdi’ vado a fare del sano punk rock con i Pipes, ne avevo davvero bisogno. I concerti pre-Cina mi avevano lasciato una carica incredibile, Cava su tutti. E ora c’e’ carenza di rocchenroll e bisogna rimediare. Ho anche sistemato come si deve il mio legno da battaglia elettrico che ora ritorna a nuova vita con spalliera, mentoniera e corde nuove di pacca. O di spacca.  Nel frattempo un ottimo collega elettrosmanettone mi sta costruendo un Theremin, non vedo l’ora di fare del casino elettromagnetico. E cosi’ ci si consola di non essere piu’ tra i musi gialli…

Prima o poi la fine doveva arrivare. Ma che finale signori, che finale. Il nostro ritorno nella capitale è stato seguito da avvenimenti epico-ammanitici.

Arriviamo a pezzi martedì sera in aeroporto e ci ficchiamo subito in albergo. Dormire dormire. Il giorno dopo ci svegliamo con comodo e dopo una bella colazione a base di riso flitto e noodles ci dirigiamo verso il quartiere degli artisti. Già, perchè qui a Pechino un casino di anni fa dei tizi creativi hanno deciso di occupare un’intera fabbrica dismessa e di riattarla a galleria d’arte. Va da sè che la cosa ha preso piede e in capo a qualche decennio tutto ciò si è trasformato in un quartiere pieno raso di mostre, sculture e negozi che vendono roba creata da questi artisti. Una ficata, praticamente. Un po’ come se la SNIA venisse sistemata e tirassero su dei capannoni interamente occupati da opere d’arte di qualsivoglia foggia. Assolutamente fantascientifica come ipotesi.

Passeggiando ci imbattiamo in una serie di personaggi bizzarri,  primo fra tutti Commander in versione economy fatto con tocchi di latta ed automobili (beh grazie al cazzo è un transformer) di varia foggia.

commanderazzo

Poco distante c’è un signore nudo che si incazza come una bestia perchè non lo fotografo ma gli preferisco il vicino ingabbiato.

tipo incazzato nero

Successivamente sgamiamo un tizio con tendenze zoofile che tenta di nascondersi dietro una pianta. Che zozzone.

tizio con cavallo

 Fra viene poi adescato da una sagoma di metallo su un muro ma non si rende conto che di lì a poco questa sagoma lo inghiottirà e ruberà la sua anima. Muahahah.

frasagoma

E alla fine della visita, permeati di cultura quasi come dei ciccioli fritti nel lardo, ci concediamo un espresso cinese. Che si rivela anche piuttosto commestibile.

caffè

Bene, è giunta l’ora di tornare a darci una sistemata perchè stasera ci attendono i nostri amici francesi per andare a gustare le prelibatezze che offrono i night market cinesi. Il ritrovo è al Roots Reggae Bar, un localino sui laghetti che è famoso per i prezzi ridicoli delle consumazioni. Tipo che un cocktail viaggia sui 2 euri, esticazzi. Ci beviamo una birretta per scaldarci e via, si va.

I nostri compari d’oltralpe sono dei veri stongioni ma non hanno paura di niente, e ci spingono ad assaggiare le peggio cose. E noi ovviamente non possiamo tirarci indietro, primo perchè non siamo targati CO, secondo perchè eccheccazzo non vorrai mica farti deridere da un francese. E allora si inizia con un antipasto di serpente

fra serpente

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giotanni serpente

seguito da un primo piatto a base di scorpioncini (se non credete che li abbiamo mangiati aspettate, arriveranno presto le foto scattate dal nostro socio francese)

fra scorpioni

 e, per finire, un ottimo secondo piatto a base di scorpioni enormi. Nella foto potete vedere la nostra compare francese che con nonchalance ed eleganza addenta senza pietà il malcapitato aracnide. Anche in questo caso, nonostante la ributtanza della pietanza (va là che rimetta), abbiamo assaggiato questa prelibatezza e presto arriveranno foto di questa impresa, immortalata dal buon Rodrigue.

scorpione francese

Beh, signori, direi che non è male come giornatina. Noi ci siamo sentiti fieri di noi stessi come non mai per la nostra ardimentosità e perciò ci siamo di diritto guadagnati il meritato riposo.

Ma veniamo a ieri, giovedì. La giornata dal finale incredibile.

Ci alziamo prima di pranzo ed andiamo a mangiare in una bettola dietro l’albergo, dove con 2 euro a testa ci si ammazza di cibo e si esce ruttando che manco dopo un pranzo di matrimonio. Le nostre belligeranti intenzioni di fare il periplo del quartiere centrale di Pechino in bici vengono sopite dal meteo nefasto, ma, durante la passeggiata in piazza Tienanmen, abbiamo il nostro momento di celebrità e veniamo assaliti da cinesi presi benissimo che ci fanno fotografie a nastro. Roba che in mezz’ora ci fanno tipo 11 foto. E i bimbi apprezzano la nostra occidentale cordialità nel posare.

bimbi cini

Ok, ormai abbiamo deciso che oggi niente bici. E allora si va di Silk Market a gogo, giacchè abbiamo ancora un casino di regali da fare. E dopo un pomeriggio passato in quella bolgia satanica vi assicuro che eravamo più scassati di quando ci siamo fatti tutte le mure di Xi’an in bici. Passare in mezzo a quei baracchini che vomitano cinesi urlanti “Sir sir sir shirts shirts shirts wallets wallets wallets shoes shoes shoes prada prada prada anzi plada plada plada” è un’esperienza davvero estenuante. Ma io sono particolarmente garrulo perchè riesco a farmi fare un frac su misura a 100 euri. 100 EURI!!!!! Figa se sarò superfico ai prossimi concerti classicosi.

Beh dai è la nostra ultima serata in cui possiamo fare casino, diamoci dentro. Per cominiciare andiamo a fare il bis di anatra pechinese dal buon Signor Li, che anche questa volta non delude. Dopo cena decidiamo che ci sentiamo fichetti e ce ne andiamo all’ Atmosphere, un locale suppatrendy che si trova all’ottantesimo piano di un grattacielo pajura nel quartiere business di Pechino. Ci sediamo al bancone da veri aficionados e ci sorseggiamo un Cuba in mezzo a queste mandrie di fichetti che fumano il sigaro e si bevono drink a gogo. Fortunatamente, però, il clima iperpettinato viene smorzato allorquando ci rechiamo all’elegantissima toilette, dove un tizio sbronzo marcio sta amabilmente sboccando nel lavandino di fronte al lacchè impassibile che porge salviettine. Una scena veramente notevole.

Dopo un po’, a drink finito, decidiamo che questo alla fin fine non è il nostro posto e allora ce ne torniamo al nostro bel Roots Reggae. E qui inizia il delirio.

Ci sediamo fuori su un divanetto e sorseggiamo degli shottini a base di wodka alla menta e di liquore alla banana. Colluttorio misto gommone. Una sciccheria. Dopo una mezz’oretta arriva il cameriere e ci chiede di spostarci dentro perchè dovrebbe liberare il tavolo esterno. Ok, bella. Peccato che il nostro tavolo sia di fianco ad una cumpa di tre cinesi, uno dei quali è completamente fottuto e appena ci vede comincia a farfugliare roba in cininglese che a stento riusciamo a capire. Vabbè, poco male, noi con gli stongi siamo abituati ad avere a che fare. Il tizio tutto sommato è simpa, scherza con Fra ed è preso bene perchè secondo lui mi assomiglio ad Aragorn del Signore degli anelli.

Tutto bene fino a che il tipo, con l’ennesimo Cuba sul groppone, mi si blocca davanti e mi dice qualcosa in cinese con aria seria. Io non capisco una mazza e gli sorrido stringendo le spalle. E il tipo sclera.

Mi salta addosso tipo uomo cannone e mi tira un cartone sul muso. Io di istinto mi faccio su a riccio e ’sto qua cerca di tirarmi un’altra mazzata, ma fortunatamente intervengono i suoi soci, uno dei quali si becca un sonoro calcio nei coglioni che lo rimbalza sul divano. La band ammutolisce, il locale si blocca incredulo e interviene anche il barman che allontana il fottuto. Io e Fra ci guardiamo come due che hanno appena visto Giuliano Ferrara che si fa una sega in piedi sul Bruco Mela.

 Mentre sono ancora di sasso per la scena, mi si avvicina un amico dello sbronzo e, affranto, mi implora di perdonarle l’amico che si è comportato veramente male. Io ovviamente accetto le scuse, anche perchè, fortunatamente, lo stongione non mi aveva fatto granchè male.

Per perdonare questa estrema mancanza di rispetto nei confronti dell’ospite occidentale, l’amico ci offre da bere e ordina una boccia di rum e lattine di coca. E alè, si riinizia a bere. Noi sbevazziamo ma stiamo con le antenne dritte, perchè ’sta situazione non è che sia delle migliori. Io inizio a farmi i film che ’sto qua ci vuole far sbronzare per poi farci uscire, riempirci di legnate insieme ai suoi compari e portarci via anche le mutande. Come se non bastasse, fuori inizia il diluvio. Viene giù un muro d’acqua ininterrotto che ci impedisce di accampare qualsivoglia scusa per lasciare il locale. E vabbè, cazzo dobbiamo fare, beviamo.

Il tipo, nel frattempo, continua a parlare al telefono, non si capisce bene con chi. Dopo una mezz’oretta capiamo. Costui si assenta per cinque minuti per ritornare con due tipelle ventenni benvestite ed aitanti. Le fa accomodare di fronte a noi e mi sussurra all’orecchio “Se te le vuoi fare, non c’è problema, è free”

Hai capito ’sti cinesi! Non solo ti offrono da bere se ti fanno uno sgarbo, ma ti offrono anche LE PUTTANE!!!! Io molto educatamente rifiuto l’offerta e in cuor mio continuo a sperare che smetta di piovere cosicchè possiamo lasciare questo luogo infernale. Macchè. non molla un cazzo. Tant’è che ad un certo punto Fra ed io decidiamo di pigliarci l’acqua e, con la scusa del volo che parte l’indomani, ce ne andiamo fuori dai coglioni. Nella sfiga però si apre uno spiraglio a forma di taxi. Di fronte al locale c’è infatti un taxi vuoto che era stato chiamato da delle tipe americane che però erano in troppe per salire. E allora figa se saliamo noi! E dopo una breve contrattazione possiamo tirare il fiato e affondare le chiappe nel sedile.

Arrivati finalmente in albergo ci abbandoniamo ai letti ancora increduli per l’accaduto. Decisamente una last night in Beijing piuttosto originale. E col senno di poi avremmo anche potuto evitare di prenderci male mentre il tipo ci offriva da bere, ma minchia sono in cina uno impazzisce e mi mena e poi un altro arriva e mi riempie di alcool e mignotte? Questo è un libro di Ammaniti, non un viaggio in Oriente.

Ma, tant’è, finale azzecatissimo per viaggio epocale.

Pechino è vicino. E ci mancherà un casino.

Allora, dicevamo. Io sono l’imperatore, e il fatto che i Mongoli mi stiano sulle balle è assodato e il problema è stato risolto tirando su una muraglietta di 6000 e passa chilometri. C’è però un’altra cosa che mi sta decisamente sui maroni, ed è la morte. Già perchè che cazzo prima o poi tiro le quoia. Beh, allora non è che me ne posso andare all’altro mondo come uno di voi sfigati qualsiasi, devo avere una sepoltura che spacca i culi ai passeri. Detto fatto. Di seguito il dialogo (vero, storicamente documentato) tra l’imperatore e il CEO dei suoi sottoposti.

“Senti, capo degli sfigati, sono preso male perchè tra un po’ di anni muoio”

“Ma cosa dite, Vostra sublime celestialità, Voi siete l’imperatore di tutte le Cine, siete immortale, il vostro spirito proteggerà per sempre queste lande sconfinat..”

“E piantala di dire puttanate, non mi pigliare per il culo chè così mi fai incazzare ancora di più! Quanti soldati ci sono nella mia guardia personale?”

“ehm…dunque…più o meno…direi ottomila, Vostra sublimità”

“Bene. Benissimo. Allora fai costruire ottomila statue di terracotta in scala 1:1 di ogni stronzo che si annovera nelle file del mio esercito”

“O..O…Ottomila statue? Ma..Vostra encomiabilità..”

“MA UN CAZZO! Falle fare! Prendi una milletta di artigiani e fagli impastare quella cazzo di terracotta! E poi non è che le statue le lasciate così tutte marroncine, chè il marrone mi fa cacare. Le fai dipingere tutte a modino, capito?”

“Ce-certo, Vostra  grandiosità”

“Perfetto. E una volta che sono tutte pronte fai costruire una bella collina, bella grande, ci scavi un bel buco per metterci la mia tomba e fai la cortesia di disporre tutto l’esercito di terracottari in tre fosse intorno così nessuno mi viene a rompere il cazzo. Anzi, magari già che ci sei nella mia tomba ci fai mettere anche una cifra abnorme di trabocchetti, così se qualche imbecille vuole venire a smaciullarmi i testicoli mentre mi sto beando del sonno eterno si trova una bella lancia tra le chiappe”

Questa, in due parole, è la genesi dell’esercito di terracotta di Xi’an. La mattina ci svegliamo alle sette e mezza e ci rechiamo nella piazza dei bus, dove, grazie alle sapienti istruzioni del nostro fantastico conciergeur George (in realtà lui si chiama Wu Chen Lu, ma si è scelto un nome occidentalmente altisonante), riusciamo ad imbarcarci su un pullman indigeno che per 14 Giuan ci fa andata-ritorno per andare a vedere l’esercito.

Arriviamo in loco e iniziamo il giro. Ovviamente canniamo l’ordine delle fosse ed iniziamo dalle più piccole, la 2 e la 3, dove ci sono poche statuette intatte ma che comunque fanno il loro effetto.

fossa 3

Fico. Ora andiamo alla fossa 1. Io credo di non aver mai visto qualcosa di più incredibile. Sotto di noi si alternano file di statue di terracotta a perdita d’occhio, tutte belle ordinate in file da quattro. Una diversa dall’altra. Ognuna con la sua faccia, i suoi vestiti, il pugno chiuso che originariamente stringeva un’arma di bronzo. Tutte che ti guardano come a dire Ueh stronzetto non fare il pirla perchè dietro di noi c’è l’imperatore e prima di arrivare a lui noi ti facciamo un culo così.

fossa 1

seconda fossa 1

Soldati, arcieri, carri e anche cavalli. Roba che se te la raccontano dici see, see.

foto cavalli

Devo dire tra l’altro che se mi fossi immerso nella terracotta mi avrebbero potuto benissimo confondere per uno di loro.

foto Tanni guerriero

Finiamo il giro guardando un filmato cinese che ci fa vedere come una quantità disumana di cinesi è riuscita in quarant’anni a tirare su una figata del genere e ce ne torniamo in città ampiamente soddisfatti.

Ma noi siamo ancora assetati di cultura e non ci facciamo mancare una visitina alla Pagoda della Grande Oca, una torre gigantica che al suo interno ospita delle sedicenti reliquie di Buddha. Beh, comunque sono otto piani e noi ce li spariamo tutti fino in cima. Ninja gradisce.

pagoda ninja

Nel parchetto attiguo troviamo anche una teca con appese delle cartoline di legno per Buddha, un po’ come le letterine per Babbo Natale. Carino Buddha.

cartoline legno

E vabbè, adesso siamo un po’ a pezzi. Ci diamo una rinfrescata in camera e poi via, verso la nostra noodleria preferita. C’è da dire che le vie della Xi’an roots di sera non sono molto affollate

foto hutong xian

ma noi troviamo comunque posto per mangiare e ci sentiamo un po’ degli aficionados. Beh, d’altronde di un locale del genere non ci si può che innamorare.

localino

Dopo cena rientriamo in albergo scassati e da veri sfigati ci mettiamo a letto a guardare uno dei film americani più idioti della storia, il titolo non lo sappiamo ma fidatevi che era di una demenzialità veramente notevole. Questa immagine parla da sè. (Noi comunque abbiamo riso come dei coglioni)

smegma

Il giorno dopo (martedì) è il nostro ultimo giorno xianese. E decidiamo di rilassarci e di pigliarcela comoda andandocene a bighellonare al parco. Durante il tragitto urge però un pit stop in un cesso pubblico. Apro la porta del cesso e nel lavandino vedo qualcosa che non ci dovrebbe essere. Metto il link alla foto per decenza.

lavandino

Tra l’altro il lavandino era bello in alto…come cazzo stai messo a farti uno sbatti del genere? Vabbò, cinesi. Valli a capire.

Superato anche questo ostacolo ci rilassiamo in questo bell’ambientino Zen

parco

con un ottimo gelato all’aracnide (che piaceva molto alla ragazzina seduta dietro)

gelato

e delle ottime cingomme dai profumi esotici.

cicche

Dovete anche sapere che nel parco di Xi’an c’è una struttura in cui i bambini cinesi vengono allenati duramente per partecipare a Giochi Senza Flontiele. O mai dire Nihao che dir si voglia.

gochi senza xian

bimbi banzaiE arriva l’ora di partire. E qui inizia la nostra epopea con i taxi. Dopo venti minuti di tentativi riusciamo a trovarne uno che ci riporti in albergo per recuperare i bagagli. E becchiamo il tassista stongio che per fare un chilometro impiega mezz’ora perchè pensa di aver capito dove andare ma si accorge a metà tragitto che non ha la minima idea di dove sia la destinazione e ci chiede in continuazione la cartina per orientarsi. Veramente un sestante umano. Ma figa, fai il tassista vacca troia.

Vabbò. Arriva il momento di prenderne un altro per andare in aeroporto. E qui scattano le comiche. Uscendo dal parcheggio dell’albergo, il tipo si gira per chiederci a che terminal ci deve portare e non si accorge che la sua autovettura inizia pericolosamente a deviare verso sinistra, finchè il suo specchietto non urta fragorosamente contro la fiancata di un auto parcheggiata, staccandosi completamente. Ah beh, poco male. Il tipo scende, recupera lo specchietto e come se niente fosse si rimette in marcia. Dopo venti metri si ferma e raccatta su un suo amico con bambino che si siede sul sedile davanti, bambino in braccio. E vabbè. Non pago, il tizio decide che ha fretta e per aggirare un semaforo rosso va diretto sul marciapiede facendo slalom tra la gente e i motorini. Altrochè Napoli, altrochè Palermo. Raga, qui siamo in Cina.

Ed è anche per questo che è con un po’ di magone che lasciamo questa bella cittadina per tornare nella capitale.

Xi’an, we’ll miss you. Ma noi abbiamo ancora del lavoro da fare a Beijing.

Dovete sapere che in Cina i nomi delle città sono piuttosto epici. Tipo Beijing, che poi sarebbe Pechino, è qualcosa che suona come “Capitale del nord”. Va da sè che Nanjing, che poi sarebbe Nanchino, si dice “Capitale del sud”.

Ebbene, noi siamo reduci da una tre giorni scoppiettante e frizzantina nella “Pace dell’ovest”, cinesamente chiamata Xi’an.

Ci svegliamo all’alba e prendiamo un volo interno sul quale ci servono un’ottima colazione a base di porridge (una vomitevole pappetta integrale dal colore bianco perlaceo che ricorda di tutto tranne una pietanza da colazione) e un sacchettino con delle mele secche. Che sciccheria.

Arriviamo in loco e da bravi coglioni ci facciamo babbare da un tassista che ci porta in albergo per un comodo guiderdone di 160 Giuan. Bene. Ci siamo subito fatti battezzare dalla nuova città. Ma noialtri non ci perdiamo d’animo e cominciamo subito la ricerca delle figate locali. Un po’ spaesato chiedo indicazioni al Sig. Gigante Rapanello

rapanellone

il quale mi dà istruzioni circa i luoghi di interesse del posto. Prima fra tutti la torre della Campana. Giusto, noi abbiamo i campanili, invece i cinesi hanno delle campanazze giganti con dei piccoli batacchi umani che conferiscono alle suddette quel tipico suono buddhista che tutti noi conosciamo per averlo sentito da Piero Angela quando parla delle civiltà orientali a Superquark.

bimbocampana

Proseguiamo poi verso la seconda torre della giornata, la torre del Tamburo (che ormai ho imparato a pronunciare in un cinese perfetto, addirittura comprensibile ai tassisti), dove, in effetti, sono presenti un bordello di tamburi con dei cinesi che se li stambureggiano ai livelli con posture quantomeno bizzarre, per non parlare dei vestiti.

tambureggio

Bene. E’ quindi il momento della vera attrazione della giornata, la Moschea. Eh sì, perchè qui a Xi’an ci sono dei cinesi musulmani. Nel senso che sono cinesi, hanno gli occhi a mandorla, ma sanno scrivere in arabo e si vestono come gli arabi, non mangiano carne di maiale e non bevono roba alcolica. Sì, insomma, sono musulmani. Però vedere una roba del genere

arabella

in mezzo a roba cinese fa decisamente un po’ strano. Cioè, è come se io vado al Brallo e al bar c’è un napoletano che parla in dialetto con i vecchietti del paese che gli rispondono in brallese comprendendosi perfettamente.

C’è anche da dire che la Moschea cinese spacca di brutto, si trova in un giardino superficozenpaiella pieno di verde curatissimo e in cui troneggia siffatto minareto:

 minaretazza

E in un posto di siffatta beltade anche noialtri ci sentiamo belli in modo assurdo e ci facciamo una metafoto riflessi nello specchio dell’Eterna Speranza Celeste (nome che mi sono appena inventato ma in perfetto stile cinese).

specchio

Poi ragazzi, abbiate pazienza, io cerco di fargli capire che non può fare così tutte le volte che entra in un tempio…ma è più forte di lui, è come se la potenza del Divino Otelma mixata con l’arte divinatoria del Maestro Do Nascimento si impadroniscano della sua anima.

fra dio musulmano

Bene. Si è fatta una certa ed è il caso di accaparrarsi del cibo. Ma durante la ricerca di un luogo che ci accolga per pranzare ci imbattiamo in una parete tappezzata di Post-it rosa sui quali campeggiano delle figurine maschili e femminili che si tengono per mano e su cui i cinesi scrivono i loro nomi. Diciamo la versione locale dei lucchetti di Moccia.

 foglietti rosa

Eh ma cazzo che fame. Dopo aver camminato per le viette locali ci imbattiamo in una noodleria che ci ispira, quantomeno per il prezzo: una scodellazza estrema di noodles=6 Giuan. Beh, erano piccanti da lamette al culo, però cazzo se erano bboni. Anche Ninja ha apprezzato molto.

noodles

Oh, ora sì che siamo carichi. E allora famo due passi in centro. Fino ad imbatterci in una dependance dell’ Haagen-Dasz, in cui decidiamo consapevolmente deficienti di entrare a mangiare del costosissimo gelato. E qui scattano le comiche. Veniamo accolti da un esercito di ragazzine in divisa che sono tutte dispiaciute perchè non c’è un tavolo libero ma no ragazzi non vi preoccupate aspettate un attimo il tavolo si libera subito. Ma la situazione sta degenerando, le tipe non ci stanno dentro e continuano a ridacchiare tra di loro oh mamma guarda hanno gli occhi grandi chissà da dove vengono sono proprio degli occidentali. Finchè la più coraggiosa si fa avanti e ci chiede donde veniamo. La nostra risposta è seguita da un mormorio e da risatine generalizzate. Ossignur.

Vabbè, fatta ’sta cazzata del gelato (meglio che non vi dica quanto abbiamo speso) decidiamo di espiare le nostre colpe andando ad esplorare le mura della città antica. E quale modo migliore se non percorrerle TUTTE in bicicletta per un totale di un periplo di 10 Km? Figa se siamo dei coglioni. E non solo, a metà percorso ci si spacca pure la catena del tandem e dobbiamo trascinarci per un casino di strada sotto il sole prima di farcelo sostituire.

tandem scassato

Sarà forse perchè abbiamo compiuto questa impresa eroica incredibile che, una volta scesi dalle mura, veniamo subito intercettati da un giovane virgulto locale che ambisce ad avere una fotografia con noialtri.

bambozzo xian

Tornando in albergo notiamo due cose particolari. La prima è che alle ragazzette xianesi piace prendere il sole con i leggins,

tipa cina leggins

 la seconda è che i tassisti di Xi’an hanno una leggera fobia delle aggressioni.

gabbia taxi

Ordunque, rientriamo alla base per una doccetta e poi si esce per cenare. Camminando passiamo da un parchetto attiguo all’albergo e ci imbattiamo in un esercito di bambozzini che evidentemente fanno un corso pubblico comunista di rollerblade, con tanto di percorso a birilli in mezzo alla piazzetta del parco.

bambozzi roller

Ah, tenete presente che dall’altra parte della strada c’era un folto gruppo di signore di mezza età che se la ballavano di gruppo sul marciapiede sulla musica emessa da uno stereo di fortuna.

E con questo si conclude il nostro primo giorno xianese. Beh, non male direi. Ma le figate vere devono ancora arrivare.

Noi comunistacci non amiamo molto le chiese, è vero. Ma se si tratta di Buddha possiamo fare un eccezione. D’altronde, se in uno stato che proclama l’ateismo come religione nazionale è concesso edificare dei luoghi di culto dedicati al pacioso ciccione un motivo ci sarà. E quindi noialtri andiamo a far visita al Tempio del Lama, chiamato così perchè pare esista un fratellino del buddismo chiamato lamaismo il cui CEO è per l’appunto un lama sputacchione.

Arrivati in loco notiamo che il posto è pieno zeppo di baracchini che vendono chili di bastoni di incenso. Scopriremo in seguito che i cinesi comprano un casino di incenso perchè è poi cosa buona e giusta offrirne 3 bastoni alla volta al Buddha da far bruciare nell’apposita urna. E a giudicare dalla quantità di giallopeople presente nel tempio, ’sto Buddha pare sia davvero un figo da queste parti.

cini pregano

E vabbè, come biasimarli? Io a guardare ’sto bel ragazzone panciuto che mi guarda come a dire “Bella…stai tranzollo, non te la menare, brucia qualche incensello e sciallati un attimo” mi prendo bene. Cioè, anche Cristo è un figo, per carità, ma vuoi mettere questo qua rispetto alla croce?

buddhino

 

E questo è un Buddhino piccolo. Nella sala successiva c’è un Buddhone alto 18 metri. Massì, una robetta!

buddhone

 Un’altra figata del buddhismo è che non è che per pregare devi sciorinare tutto un rosario con i misteri gloriosi le ave marie i pater noster etc etc, ma ti devi sciallare, fai un paio di inchini per tipo tre volte e sei a posto. Vuoi metterci ancora meno perchè hai fretta e devi andare in riunione? No problem, c’è un pratico cilindro di bronzo con scolpite le preghiere che tu fai girare sfiorandolo con la mano.

cilindro

 

Bisogna anche dire che l’involucro di tutte queste statue di Buddha, cioè il tempio medesimo, è di per sè già molto fico, infatti il Ninja di Fra sembra apprezzare molto la gita della giornata.

tempiazzo

 

Dal canto mio io provo a imitare la posizione di riposo assai diffusa da queste parti, che consiste nell’accovacciarsi con entrambe le piante dei piedi incollate a terra, un po’ come se si fosse su una turca invisibile. Ma mi sa che devo fare un corso per imparare questa posizione, come si evince dalla mia espressione rilassata.

ginocchia

 

Bene. Terminata la visita spirituale del Tempio torniamo in metropolitana per raggiungere la nostra successiva meta, la Torre del Tamburo. E mentre stiamo uscendo dal metrò noto uno strano particolare in una pubblicità di un supermercato cinese. Come potete vedere questa supergnocca cinese (allevata apposta e utilizzata solo per fare della pubblicità dal regime) abbraccia un sacchetto della spesa al cui interno si può scorgere un tappo di un barattolo a noi molto familiare.

 

tipa figa

 

sugo nonna

 

Ebbene sì. Anche ai cinesi i Sughi della Nonna piacciono un botto.

 

Ma torniamo a noi. Durante la ricerca della Torre del Tamburo ci incamminiamo in un ridente parchetto cinese. E qui rimaniamo sbalorditi. Davanti a noi si apre una piazzetta nella quale campeggiano degli attrezzi per l’esercizio fisico, tra cui due macchine infernali per allenare braccia e gambe

parco 1

 

e un tapis roulant fatto con una serie di cilindretti rotanti che se non stai attento cadi faccia in avanti e ti scassi anche i denti del giudizio.

 

tapis roulant

 

 C’è infine un’ultima macchina esercitatrice ma nessuno di noi due riesce a capire quale sia il suo utilizzo.

boh

 

Hai capito? Tu cittadino cinese vuoi tenerti in forma? Noi governo cinese ti facciamo un parchetto pulitissimo e verdissimo con tanto di attrezzature per farti fare ginnastica. Non ti basta? E allora ti mettiamo anche un  tavolo da ping-pong superfigo così se vuoi fare due palleggi con un tuo collega ti puoi divertire aggratis. E infatti a pochi metri dalle macchine infernali si trova un tavolozzo da ping-pong con due cinesi che si tirano delle minelle disumane.

 

Sì ok, ma noi dobbiamo trovare ’sta maledetta Torre del Tamburo. Ci avviamo così in un Hutong, cioè un quartiere che resiste all’ammodernamento della città e dove tutto è sgarrupatissimo e la gente non ha neanche i cessi in casa ma va a pisciare e lavarsi nei cessi pubblici. E qui ovviamente nessuno è in grado di proferire alcunchè in lingua inglese, perciò quando chiedo indicazioni per la Torre si creano situazioni esilaranti del genere:

 

“Ehm…Tower! Drum! Big! bum bum bum!”

 

“Uaiuouai ghenguogua!”

 

“Ehm….no beh le faccio vedere sul libretto…come si dice tamburo?  Ah ecco! GU!”

 

“GU! GU! Ah, ah!” e il tipo comincia a indicare la strada felice come un cinese felice di aver capito cosa gli sta chiedendo l’ospite occidentale. Impagabile. A volte basta un GU per salvarti.

 

Vabbè comunque, per farla breve: la Torre non l’abbiamo trovata. Ma usciti dagli Hutong facciamo una  figata pazzesca: prendiamo l’autobus. Un po’ in menata per il biglietto, non sapendo se fosse possibile farlo a bordo, seguiamo un signore cinese che brandisce della carta moneta. Ebbene, una volta saliti ci rendiamo conto che è sufficiente depositare nell’apposita cassettina supervisionata da un’apposita cinesina un quantitativo abnorme di soldi: 1 Giuan. Già, perchè il biglietto del bus costa 10 centesimi.

 

Scendiamo quindi nella strada dei negozi di strumenti musicali, per cercare la Buddha Machine da portare a Burzum. La Buddha Machine è una scatoletta che spara fuori delle litanie buddhesche. Ma ovviamente nessuno dei negozi in cui entriamo l’ha mai sentita nominare. Mi stupisco anche della folta presenza di liutai cinesi che vendono violini che raramente superano i 300 euri di prezzo di vendita. Beh, una ragione ci sarà.

 

Dopo questa ennesima vasca torniamo in albergo distrutti e scassati come due tuareg che hanno fatto la Salerno-Reggio Calabria a piedi con in spalla due Yak. Anche perchè per tornare in hotel decidiamo di prendere il metrò, che alle 6 di sera è praticamente vuoto.

metro

 

Ma noi non molliamo un cazzo, e dopo un giusto e sano pisolo siamo ancora in pista. Cena dal giappo e poi via, si va a vedere la Mao Live House, tempio della musica live pechinese. Arrivati in loco ci gasiamo un casino perchè il posto è veramente fico, la birra costa poco e la sala dove suonano è stilosissima. Peccato che i gruppi di giovani cinesi che se la suonano non facciano musica particolarmente accattivante, però da vedere sono comunque bellissimi.

band cina

 

Menzione particolare va ad un batterista che, a dispetto del suo aspetto denutrito, ha una vanghella non indifferente.

magrone

Notare anche i tatuaggi da vero rocker.

A mezzanotte però finisce tutto e noialtri decidiamo di migrare verso i laghetti, nel baretto dove la beva costa poco. Arriviamo e il cameriere ci fa seder al tavolo con tre ragazzi occidentali che si rivelano francesi veramente ospitali. Infatti, una volta sedutici, i tre d’oltralpe ordinano senza batter ciglio una bella dozzina di shottini a base di Jagermeister, Tequila e succo di lime. Bella merda, diciamo noi. Ma vabbè, a caval donato…

E arrivano gli shottini, e evaporano in un attimo. E vabbè raga il prossimo giro tocca a me. E intanto si chiacchiera amabilmente con questi tre che, a dispetto della loro provenienza, si rivelano simpatici di brutto. I due tipi megapresi bene con l’alcool, mentre la tipa cerca di contenersi ma con scarsi risultati. Ebbene, poco dopo si aggiunge al nostro tavolo anche un americano già visibilmente sbronzo che però non impiega molto ad integrarsi nel gruppo di alcolisti. E io comincio a perdere il numero di giri di shottini che arrivano. Beviamo come dei cammelli in crisi d’astinenza e terminato l’ultimo giro di shottini vuoi non berti un paio di birrette per ripulirti un po’?

Risultato: torniamo in hotel cadaveri alle cinque di mattina. Andiamo a dormire in battuta ma Fra poveraccio dopo un po’ è costretto ad un rapporto intimo con la tazza del cesso. E la intasa.

E così quando io mi sveglio verso mezzogiorno con Phil Anselmo che mi urla nell’intestino sono costretto a correre al cesso della hall perchè sennò me la facevo addosso. Attimi di vero terrore.

Va da sè che questa giornata di sabato è stata passata quasi per intero a letto, ingurgitando controvoglia un panino di Subway nella piccola pausa-passeggiata che ci siamo concessi. Ma va bene così, domani si parte per Xi’an e ci dobbiamo svegliare alle cinque.

Avventure su avventure. Viaggio nel viaggio. Stongiamento nello stongiamento.

 

 

 

 

 

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