L’eterna lotta tra arte e tecnica

Credo che per una banda rockmetallara essere invitati ad un festival/motoraduno in Transilvania rappresenti il non plus ultra della metallita’ universale. Ed e’ esattamente cio’ che e’ accaduto ai Caini lo scorso uichend. Eccomi ordunque a raccontare di un’impresa dal sapore epico e speziato, come una durlindana d’acciaio appena immersa in una pignatta di salsa d’aglio e cumino.

Venerdi’ sera e’ il giorno deputato alla partenza. Il buon Giordano e’ l’eletto che si fa carico di ritirare a Cinisello il veicolo camperato che ci traghettera’ nelle lande di Vlad l’Impalatore. Va da se’ che puoi anche essere l’eletto superpauraspaccoilculoaipasseri, ma venerdi’ sera e’ venerdi’ sera e la Pero-Cormano non risparmia chicchessia. Tantomeno Giordano. Che emerge dalla grattachecca di lamiera bloccata in tangenziale con due ore di ritardo. E vabbe’, su un viaggio di 18 ore cosa vuoi che siano (intanto noialtri inganniamo il tempo con dei panini alla mortadella e maionese).

Arrivato il nostro autista con veicolo iniziano le manovre di carico strumenti, ovviamente innaffiate da un’abbondante pioggia, giusto per tenerci freschi ed idratati. I suddetti strumenti vengono senza pieta’ alcuna stipati nel cesso del camper, incastrati con una perizia che avrebbe fatto invidia al campione intercontinentale di Tetris. Ultimata questa manovra, cominciamo a stipare le vettovaglie per il viaggio. E qui la nostra natura di italiani esonda senza ritegno.

Sacchetti della spesa colmi di pane, affettati vari, formaggi, birre, yogurt, formagginovitasnellaperBaruxchecosilopossomangiarecheebuonodadioenonhacaloriefigata, banane, pesche, prugne, buondi’ vuoinonfarecolazione, wafer, un vasetto di carciofini sott’olio e scatolette di tonno & fagiuoli. Nel nostro immaginario la Transilvania e’ un luogo sperduto infestato da belve feroci che abitano foreste inospitali. Percio’ bisogna essere attrezzati ed avere provviste a sufficienza per sopravvivere adeguatamente in caso di imboscata di un branco di lupi mannari.

Bene. Una volta occupato ogni angolo disponibile di camper con i viveri, si parte. La traversata passa per l’Austria, sconfina in Ungheria e, attraversando Budapest, punta verso la Romania. E fin qui tutto bene. Ma alla dogana Ungheria-Romania guardiamo davanti a noi e il terrore si dipinge sui nostri volti metallari. La strada che si snoda davanti a noi e’ piu’ simile ad una mulattiera sarda che ad una superstrada. E non ci rendiamo conto che il navigatore e’ settato sull’itinerario piu’ breve, eppercioqquindi quello piu’ estremo.

Bene, il tratto che ci separa dalla destinazione e’ costellato di buche, tratti in cui l’asfalto e’ sostituito da sampietrini e rallentamenti dovuti a veicoli trainati da animali.

Ma il vero spettacolo inizia quando decidiamo di fermarci ad un distributore dell’anteguerra buttato a caso in mezzo a una spianata abitata unicamente da arbusti bassi e qualche ratto.

Mentre guardiamo con aria interrogativa le due pompe di carburante, l’una non recante alcuna scritta, l’altra su cui campeggia un cartello con scritto a mano”MOTORINA”, esce dal cubicolo antistante una signora di mezza eta’ che ci guarda e inizia a ridersela di gusto. Tra una risata e l’altra riusciamo ad evincere che MOTORINA sta per gasolio. Che sollievo. E allora vai di pieno.

Garruli come tassi del miele in un alveare riempiamo il serbatoio del camper per renderci conto subito dopo che possediamo solamente euro. E l’euro, in Romania, non c’e’.

Ottimo. E adesso chi lo dice alla tipa? Io per stemperare la tensione sventolo il mio bancomat tra gli sguardi commiserevoli dei miei compagni. Bancomat. AHAHAHAHAH. AHAHAH.AHAH. AH.

Ordunque, dopo una trattativa serrata coadiuvati dall’organizzatore del festival che ci da’ una mano telefonicamente riusciamo a cavarcela dando alla tizia un pugno di euro e una maglietta dei Cayne. Tutto cio’ parlando una lingua simile ai richiami d’amore dei gibboni.

Salutiamo a gesti e ce ne andiamo. Sobbalzando sul camper come pornoattrici sul proverbiale lettino del ginecologo riusciamo a giungere a destinazione. Ci si para davanti un campo enorme pieno di motociclette, tamarri tatuati a torso nudo con rigoroso gilet di pelle, donne enormi intente a far girare spiedi enormi su griglie enormi, bancarelle che espongono accessori e memorabilia, una piscina la cui acqua ricorda le sacre acque del Gange e, dulcis in fundo, il palco, che e’ di tutto rispetto. Di cosi’ tanto rispetto che di li’ a poco diventera’ teatro della finale di braccio di ferro. In cui si sfideranno dei tizi con movenze degne di Stallone in Over the Top. Tutto cio’ mentre noialtri degustiamo una tipica grappa locale che ci viene offerta dagli organizzatori. Ahhh, bella fresca, alle cinque del pomeriggio. Toccasana.

Dopo aver scaricato e fatto i suoni andiamo a cena. Che consta di uno sconfinato numero di “Mici”, specialita’ locale che nella forma ricorda un escremento canino, ma nella sostanza risulta essere composta da un macinato di carne speziato che viene passato prima in aglio, poi in forno. Ne mangio una quantita’ smodata che mi terra’ compagnia sino a notte fonda.

E di li’ a poco si sale sul palco. Gli ascolti non sono il massimo, ma tant’e', i Caini non si spaventano di nulla e metallano come dei fabbri alla corte di Efesto. E il pubblico gradisce. Gradisce talmente tanto che una coppia di giuovani sposi, ancora in abito da cerimonia, si scaglia sul palco a ballare a ritmo di doppia cassa. Una scena che da sola vale il viaggio.

Il concerto scorre via liscio e una volta scesi dal palco veniamo accolti da abbracci, birre, grappe e cordialita’ violentissima.

Sovreccitati da cotanta cordialita’ decidiamo che non abbiamo abbastanza sonno e che siamo pronti per ripartire. Si carica il camper, mi sgargarozzo un cocktail di RedBull e Pochetcoffi e via, si riparte. Mi metto alla guida ed indefesso affronto le strade rumene in notturna. C’e’ da dire che il mio stile di guida e’ un po’ troppo aggressivo e, complici i Mici, nello stomaco di Clod inizia ad agitarsi Tom Araya in crisi epilettica che di li’ a poco prorompe all’esterno in uno sbocco violentissimo.

Ma Clod e’ fatto di puro titanio della Norvegia settentrionale e si ripiglia nel giro di dieci minuti. Bene, si va. Arriviamo al confine con l’Ungheria per i controlli di routine e, mentre il doganiere esamina i documenti, il buon Clod ha una ricaduta. Si fionda fuori dal camper e sbocca l’anima, praticamente ai piedi del gendarme, il quale, contrariato, gesticola qualcosa che assomiglia a “Bruttotossicodelcazzovaiasboccareacasadituasorellachesicuramenteerumenaemistasulcazzo”.

Recuperato Clod, si riparte e si viaggia lisci fino a casa, questa volta passando per la Slovenia e risparmiando due ore di strada. E domenica sera siamo a casa prima di cena.

E anche la Transilvania e’ espugnata.

Puntuale come un Intercity Genova-Milano mi accingo a narrare l’ultima epopea di casa Ashpipe, che una decina di giorni fa ci ha visti sconfinare nuovamente in terra teutonica.

Sabato mattina, svegli come gatti svaccati sul divano imbottiti di croccantini, ci troviamo nei pressi di Milano centrale per ritirare il potente mezzo furgonato con il quale intraprendere il nostro eroico viaggio. Non paghi del sonno che gia’ ci attanaglia nel profondo, alcuni di noi -nonostante la colazione consumata pocanzi- indugiano presso delle spacciatrici di cibo siciliane che ci deliziano con cannoli e focacce. Il Labbo (l’addetto alle batterie, ndr) si innamora subito della sicula banconista dal capello rosso, ma i suoi sogni romantici sono interrotti dai sapidi rutti dei compagni che lo richiamano all’ordine. Si parte, dai, si parte.

E cosi’ si ritorna nel nostro microclima preferito, ove sudori ascellari, turpiloquio e flatulenze sono di casa come il Campari all’Ombra bar di Varzi. Il viaggio fila liscio e, dopo una breve sosta in terra svizzera dove abbiamo modo di incontrare una squadra di basket rossocrociata il cui vice-allenatore scopriamo essere Pato, ex giocatore del glorioso Pavia Basket, giungiamo infine a Rastatt, la nostra meta.

Rastatt e’ una ridente - no ridente e’ decisamente troppo, diciamo sorridente - cittadina nei pressi di Stoccarda, le cui strade il sabato pomeriggio sono totalmente deserte. A tratti sembra di essere nel quartiere di casette di Edwardmanidiforbice. E noi ovviamente, navigatore alla mano, non sappiamo dove andare e giriamo in tondo come dei tassi drogati. Essendo particolarmente presto, decidiamo di chiarirci le idee con un paio di birre che ci procuriamo presso una birreria artigianale locale. E l’idea si rivela ottima, tant’e’ che subito dopo capiamo che il locale e’ quello che in precedenza mio cugino Camo aveva scambiato per un night club. Che poi un night club ce lo aveva visto solo lui perche’ l’unica insegna visibile dall’esterno era quella di una palestra di Ju-Jitsu ocomesiscrive.

Ordunque, arriviamo in loco e conosciamo i ragazzi delle band che ci avrebbero aperto il concerto. Ovviamente birra in mano e pedalare. Dopo aver aspettato un po’ il promoter locale ci invita a scaricare gli strumenti. Ed entriamo nel locale.

Io nella mia vita credo di aver suonato dappertutto. Dal superpalco dei Deep Purple alla strada sterrata di fianco al Ticino con le zanzare che si accoppiano con la mia faccia. Ma un posto come questo io non l’avevo mai visto.

La sala live e’ piccolina e invasa da divani consunti e bisunti e tavoli da biliardo trafitti da miliardi di bruciature di siga. Il pavimento ha un colore indecifrabile misto cenere-birra e ti accoglie calorosamente dal momento che ti si attacca alle scarpe ad ogni passo. Ma la cosa geniale e’ che quello che a prima vista potrebbe sembrare un piccolo magazzino di fianco al bancone del mixer e’ in realta’ una sala prove dove dei ragazzi locali fanno del metallo pesantissimo.  Eccezionale.

Bene. Dopo qualche inconveniente tecnico riusciamo a fare i suoni e ci prepariamo quindi per la cena, che scopriamo essere servita nella sala retrostante il mixer, sala che si rivela essere anche la nostra camera da letto. Gia’, perche’ in questa stanza sono stati predisposti in terra una serie infinita di materassi nonche’ dei divani di ogni foggia. Materassi e divani molto punk, per intenderci.  Ma si’, stanotte si dorme tutti qui, anche con le band di spalla. Tutto molto roots, come direbbe La Jasy (l’addetto al basso, ndr).

Di li’ a poco attacca la prima band. Noi finiamo di pasteggiare e buttiamo la testa nella sala. Ehmm. Dieci persone. Eccheccazzo. Ci guardiamo l’un l’altro come dei cuccioli di foca braccati da Dolce&Gabbana e lo sconforto ci attanaglia. Io faccio un giro alla sala del bar e apprendo da una ragazza locale che, come se non bastasse, verso mezzanotte parte l’ultimo treno utile che portera’ a casa tutti quelli che non sono venuti in macchina. Wow. Fantastico. Roba da non mettere il delay sulla chitarra che’ tanto ci pensa il locale vuoto.

E arriva il momento di salire sul palco. Sistemiamo le nostre cose di fronte ad uno scenario tipo kalahari e ci apprestiamo a iniziare lo show. Vabbe’ ragazzi siamo qua, diamoci dentro. E li’ accade l’incredibile. Attacchiamo a suonare incazzati come dei tronisti che vengono rimbalzati in discoteca e la sala si riempie. Si riempie. E la gente balla, poga, canta, tutti felici e ubriachi. Siamo talmente galvanizzati che, ad un certo punto, mi giro e alla mia sinistra vedo il Davo (l’addetto alla chitarra solista, ndr) che sputa della birra sul pubblico osannante, mentre Paolino schitarra la sua Fender inondandola di sangue del suo indice destro. Eccezionale. Lo Zubo e mio cuggino (i nostri eroici frontman) sono scatenati e incitano la folla delirante. Insomma, il concerto fantastico che mai ti saresti aspettato.

Finito il tutto ci beviamo copiose birre conversando con un po’ di autoctoni e dribblando i cadaveri dei tizi ebbri che si addormentano in posizioni quantomeno particolari. Sul fine serata ci imbattiamo anche in una tizia che vista dal palco sembrava particolarmente avvenente, ma che alla luce si rivela un crotalo muto senza denti. E fortunatamente se ne accorge anche il Labbo.

Andiamo a dormire sigillandoci nei sacchi a pelo in mezzo ad un andirivieni di creste e tizi ciucchi come i ratti. La mattina dopo ritroviamo gli stessi ubriachi della sera precedente intenti a far colazione con una bella birretta fresca. E noialtri con calma facciamo su i nostri quattro stracci e ricarichiamo il furgone pronti al rientro.

E anche questa e’ fatta. Che Rastatt, signori.

L’anno scorso a Febbraio sei disperati scappati di casa si sono ribaltati dai loro letti oltrepadani un venerdi’ mattina e si sono fiondati a Berlino per fare dell’oltrepadanissimo punk rock sudato e unto.

Bene. Un anno dopo i disperati sono sette (il buon Paolino decide di riscoprirsi punk rocker e si aggrega alla ciurma) e a Berlino si aggiungono Hannover e Monaco. Un triangolo pericoloso in cui solo i piu’ scellerati hanno l’ardire di avventurarsi. Ma in quanto a scelleratezza noialtri non temiamo confronti.

Si parte martedi’ sera carichi di strumenti, sacchi a pelo e una dose elevata di fine umorismo. Infatti, una volta congiuntomi con Paolino, Davo e consorte, insieme decidiamo di burlarci di mio cugggino, frontman della banda. A tal proposito gli telefono lamentandomi del fatto che il Davo non e’ arrivato all’appuntamento per prendere il bus per Linate e che Paolino ha dimenticato la carta di credito per pagare il furgone a noleggio. Il Camo trasecola ma una volta rivelata la burla si prepara a rispondere adeguatamente.

E infatti una volta arrivati a Linate la tizia dell’autonoleggio ci guarda con occhi da Bambi stuprato e ci dice ragazzi mi spiace ma purtroppo la prenotazione e’ stata fatta troppo tardi, non abbiamo piu’ furgoni e dobbiamo darvi due auto.

Eh? Cosa? Chi? Ma no non e’ possibile cazzo abbiamo fatto casino con le prenotazioni fanculo tutto merda porco demonio. Poi giro la testa e vedo la faccia di mio cugino che ha l’espressione di uno che ha appena ricevuto un pompino da Sylvia Saint. Mi rigiro e vedo la tizia dell’autonoleggio che scoppia a ridere. Mancava il cartello Scherzi a parte e il quadretto era completo. Bastardi…..

Bene. Arrivati finalmente al furgone carichiamo i bagagli con inaspettata perizia da veterani giocatori di Tetris e partiamo. Siamo tutti belli carichi, non ci facciamo scoraggiare dalla tipica coda in tangenziale delle ore 18:30 e maciniamo chilometri come se fossero chicchi di arabica di pregio. Ma ecco che durante il viaggio inizia a serpeggiare nel gruppo il nome di Castrenze. Castrenze e’ un signore passato qualche mese fa a miglior vita ed eletto a mio eroe personale, non foss’altro per il nome che porta, scoperto per caso su un manifesto funebre di fronte a casa del buon Marco, il nostro satanico batterista. Castrenze, detto Enzo (stranamente non Enze), viene continuamente evocato acciocche’ renda il viaggio propizio, ma nel delirio vengono anche imprudentemente avanzate ipotesi circa la sua vita e le sue abitudini, che nessuno di noi ovviamente poteva conoscere. Ed e’ cosi’ che Castrenze diventa un ciabattino con un passato da partigiano. Ma evidentemente lui non era d’accordo.

Infatti, tutto fila liscio fino all’ingresso in Germania. Usciti da una galleria veniamo aggrediti da una nevicata devastante. Ovviamente non abbiamo le gomme da neve e incrociamo anche i peli del culo sperando di non dover montare le catene giacche’ la perizia del gruppo in merito e’ pari a quella di un wrestler nel redigere codici miniati. Castrenze si stava vendicando.

Cio’ che rende il tutto ancora piu’ epicamente ridicolo e’ che lungo l’autostrada martoriata dalle intemperie non circola alcuna autovettura e non c’e’ traccia di aree di sosta (non ho idea di come si dica autogrill in tedesco). Ma ecco che, dopo svariati chilometri nel buio e nella tormenta, si profila all’orizzonte un barlume di speranza che prende forma, per l’appunto, in un cruccogrill. Si’, ma che cruccogrill. Il ristorante e’ ricavato all’interno di un edificio le cui fattezze ricordano quelle del castello di Aladino, con guglie orientaleggianti e vetrate colorate.

Per intenderci, questo era il cesso.

cessone

Ecco. Ceniamo in questo antro mangiando cio’ che e’ rimasto nel risorante e pagandolo a peso d’oro. Usciamo emanando peti e rutti forieri di odori degni della peggior Gehenna e ci ributtiamo in furgone. Meno male che ha smesso di nevicare e che Castrenze non e’ piu’ inalberato con noi. Almeno per oggi.

Verso l’una di notte abbondante approdiamo all’albergo nei pressi di Gunzburg, cittadina tedesca resa celebre dall’attiguo parco di Legoland, che ahinoi non puo’ essere visitato causa tarda ora. Peccato, un Bretzel di Lego poteva essere interessante.

Tramite uno strabiliante touch screen riusciamo a fare il check-in automatico, scrivo il mio nome e la macchinetta mi caga fuori le chiavi delle stanze. Strepitoso. Arriviamo in stanza e veniamo aggrediti dalla nube tossica che si solleva dalle scarpe della Jasy che olezzano come il culo di Moira Orfei dopo un numero su un elefante malato. E prontamente le scarpe vengono ejettate sul davanzale acciocche’ le intemperie leniscano i loro miasmi infernali.

E buonanotte.

Eccoci qui, giunti al termine. Tour finito. Disagio e fastidio, mi stavo quasi abituando a suonare tutte le sere. Vabbe’, prendiamola come una vacanza che finisce subito. E che vacanza.

Ero rimasto a Firenze. Ebbene, dopo i bagordi fiorentini ci dirigiamo in quel di Modena per approdare al Vox, un locale davvero carino con un palco che ci contiene agevolmente tutti quanti. L’unico problema di questo palco e’ per il pubblico, giacche’ l’altezza dello stage e’ esorbitante e uno in prima fila se lo trova direttamente sul naso. Se poi quello in prima fila e’ Brunetta, non vede neanche le stringhe del cantante.

I camerini sono nel seminterrato e sono accoglienti e ben riforniti di salame di felino e varie amenita’ gastronomiche, compreso un sacco formato famiglia calabrese di Fonzies che decretano l’inizio del rave party di brufoli sul mio faccione.

La serata va alla grande e anche il banchetto lavora bene, finche’ Daniele non viene sfrattato dalla sua postazione da due cassiere che accampano il loro diritto di prelazione sul banco destinato agli scontrini. Ma figa, per battere due Cuba devi rompere i coglioni cosi’ tanto? Ma vattinne, vah….

Torniamo al nostro albergo arredato stile casadellazia anni ‘50 con gli asciugamani che sembrano federe dei cuscini e sveniamo sui talami. Il giorno dopo ci concediamo un ritorno a casa per goderci un day off domestico. Aaaaahhhhh…..

E via, domenica si riparte in direzione Treviso. E’ la volta del New Age di Roncade. Il locale non e’ gigantesco ma si rivelera’ teatro di una delle date piu’ belle del tour. I veneti ci accolgono benissimo e saltano come delle anguille, gran soddisfazione. E anche il banchetto ringrazia.

Menzione speciale merita il B&B che ci ospita, gestito dall’ottima Maria che ci viene anche a sentire in concerto facendoci trovare, al nostro ritorno, una tavola imbandita di dolci di ogni tipo per la colazione del giorno dopo. Massima stima. Ovviamente ha dovuto comprare un disco. Non scherziamo eh.

Dulcis in fundo, arriva la data del 31 ottobre a Torino. Il posto e’ fichissimo, trattasi di una tensostruttura (non avevo la minima idea di cosa volesse dire, ma mi e’ stato detto che codesto e’ il termine corretto) che ospita un palco che sembra piazza Tienanmen, sul quale di li’ a poco noi sordidi metallari ci agiteremo come dei girini in cocaina truccati da zombie incancreniti, di fronte a una quantita’ inimmaginabile di metallari presi benissimo che si scassano sotto il palco e ci gasano come bottiglie di Perrier. Io sudo come una tigre siberiana in Congo e tempo zero la mia camicia si imbratta di ogni genere di trucco. Ma meglio cosi’, sembro appena uscito da Resident Evil.

Che dire, data epica. A fine serata salutiamo i ragazzi dei Lacuna e lo staff, e un po’ ci piglia la saudade. Checcazzo. Gia’ finita. Si torna a casa.

Ma quanto mi sono gasato.

Gasa

Dura la vita in tour, durissima. Dover affrontare delle bistecche da 4 tonnellate per due sere di seguito e’ un’impresa da metallari di un certo spessore. Ma andiamo con ordine.

La serata a Roma e’ stata ecceziunale, non foss’altro perche’, oltre ai copiosi EP venduti, ci siamo imbattuti in personaggi di una certa rilevanza. Menzione d’onore spetta alla romanissima Silvana che, dopo il concerto, ci riversa addosso litri di complimenti conditi da una serie di aho’ anvedi alimortaccitua per niente male. La suddetta, inoltre, non esita a sottolineare quanto le sue lesbiche misure riassumibili in una quinta di reggiseno avrebbero potuto esserci di grande aiuto nella vendita del merchandise. E noi ovviamente ci rammarichiamo di non aver potuto avere a disposizione una simile risorsa di marketing all’inizio della serata. Perche’ il buon Daniele, fratello dell’Andre Bacchio nonche’ nostro uomo-banchetto, e’ tanto un bravo e capace ragazzo ma purtroppo pecca di sesso maschile e percio’ poco sfruttabile. E vabbe’, le nostre risorse sono queste, che dobbiamo fare.

Come un forcipe incandescente, pero’, ci arriva sul groppone la notizia della cancellazione della data di Napoli. Ah, fantastico. L’unico albergo che avevamo gia’ prepagato, ovviamente senza possibilita’ di disdetta. Eccheccazzo. E quindi, dopo lunghe consultazioni, decidiamo di dirigerci verso Firenze, meta della data successiva. Arriviamo in loco e veniamo accolti dall’ottimo Marino, un collega di Giordano che ci mette a disposizione un appartamento fighissimo che ospitera’ tre Caini. Dopo esserci dati una mezza lavata il suddetto ci scorta in un ristorante nel centro fiorentino dove ci viene servita una fiorentinazza violentissima che appaga le nostre panze vuote metallare. E dopo esserci abbondandemente innaffiati di Chianti si fa una certa e si va a dormire. Il giorno dopo, vale a dire ieri, mi trasformo in maestrina delle scuole primarie e porto i Caini in gita culturale agli Uffizi, dove la violenza metallara si scioglie di fronte a Michelangelo & Co. Che teneri i metallaroni che si commuovono di fronte all’arte sublime.

Ok, ok. Raga, abbiamo dato. Ora…fame. E dunque ci imboschiamo in una vineria locale dove l’oste ci rifocilla con panini con porchetta e vino rosso. “Obbambini, occhevvido’ da mangiare? Si fanno du’ panini on la porhetta?”. Impagabile.

Tornati a casa Giordano e Guido fanno una breve capatina al supermarche’ rincasando con latte, the’ e biscotti. E il pomeriggio si esaurisce mentre io e Guido inzuppiamo delle Macine nel latte. Che metallo, signori.

La sera si esce a cena e ci si ritrova in un ristorantino mascherato da pizzeria, dove tuttavia non riusciamo a vincere il fascino irrefrenabile del quarto di bue…e ci fiociniamo un’altra fiorentina. La gotta e’ dietro l’angolo.

Stamattina ci svegliamo con comodo e ci prepariamo per la serata, stasera si suona al Viper. Nel tragitto tra casa e locale, pero’, e’ d’obbligo un pit stop dall’apposito baracchino locale dove mi scofano due panini col lampredotto lubrificato da salsa verde. Che figata assoluta. Ed eccomi qui, al Viper. Minchia che bel posto. C’e’ anche l’Internet. Qui mi sa che stasera si spacca giu’ tutto.

Uh yeah cazzo, che voglia di metallo.

Stavolta il metallo ha deciso di trasportarci in una lunga avventura. Venerdi’ e’ iniziato il tour di supporto ai Lacuna Coil che ospitera’ i miei Caini per 8 date in Italia.

Siccome noialtri siamo degli scappati di casa, la preparazione all’impresa ci vede impegnati in una quantita’ di prove indecente, in cui cerchiamo di sistemare anche il tarzanello sul pelo del culo del paramecio primordiale. E nei giorni precedenti alla partenza il mio fisico decide di ribellarsi al troppo metallo riempiendosi di brufolazzi che avrebbero gareggiato con quelli  del giovane Werther in preda ai deliri ormonali della pre-adolescenza.

Beh, insomma, arriviamo alla prima data al Bloom di Mezzago pronti e carichi (io, soprattutto, carico di pus). I Lacuna ci accolgono nel migliore dei modi, come fossimo amici di vecchia data, e ci fanno subito sentire a casa. Yeah.

Arriva sera, i cancelli si aprono e il locale si riempie. Ora si comincia sul serio. Andiamo sul palco e, nonostante l’inferno dantesco di suoni incomprensibili che ci circonda, ci portiamo a casa una bella performance, considerando che le poche volte che mi sono tolto le cuffie mi sembrava di essere stato infilato nella turbina di un Concorde diretto alla settima bolgia. Ma il metallo ci premia, e, a fine serata, il nostro banchetto viene assalito e i nostri EP venduti in gran copia. Gasamento totale.

Ma il vero viaggio comincia il giorno seguente, sabato. Destinazione Rock Planet, Cervia. Bene. Dopo una mattinata delirante dedicata a ritiro furgone, carico furgone, no raga cazzo non ci sta tutta la roba allora figaculotette Giordano devi pigliare la tua macchina, andiamo a prendere Barusso, andiamo a prendere Giotanni, andiamo a prenderlo nel culo…..ecco, dopo tutto cio’ si parte.

Viaggio liscio e si arriva in loco. Mentre i ragazzi fanno i suoni io, l’Andre, Guido e Giordano andiamo ad ammazzarci a piadinate e ne usciamo abbastanza provati, tant’e’ che nessuno di noi finira’ la pizza che ci e’ stata riservata per cena. Ormai siamo vecchi metallari che vengono sconfitti da un po’ di squacquerone.

Ma siamo pronti, cazzo. Il locale sta iniziando a riempirsi e noi saliamo sul palco belli arzilli e tutto fila liscio. A fine serata anche il banchetto presieduto dal buon Daniele e’ contento. Qualche foto, qualche autografo per noi Caini e siamo tutti contenti come dei bambini che affogano in una piscina di Nutella.

E via, in albergo. Il giorno dopo si parte alla volta di San Benedetto del Tronto, che ospitera’ il nostro day off. Il posto e’ stato scelto perche’ a meta’ strada tra Cervia e Roma, ma mai una scelta fu piu’ triste. Gia’, perche’ questo ameno paesotto sull’Adriatico e’ la tipica localita’ che vive 3 mesi all’anno, e nei mesi rimanenti e’ solo un’eco sbiadita della celeberrima canzone di Ruggeri.

Arrivati sul posto attendiamo un buon quarto d’ora che arrivi l’omino della reception. Arriva. Esce dalla macchina questo personaggio conciato come Keit Richards dopo una serata ad Amsterdam e si accorge di aver preso solo le chiavi di una stanza. Ok scusate vado a prendere le altre chiavi, tanto abito a 1 Km. E passa un’altra mezz’ora. Finalmente ci appropriamo delle camere e ci lanciamo in coma sui talami.

La sera troviamo sul lungo mare 2 (DUE) locali aperti, in uno dei quali consumiamo la nostra cena innaffiata da una buona quantita’ di birra. E alle undici torniamo in albergo, complice anche un’atmosfera da alba dei morti dementi. Tornati in camera io decido che il metallo della mia giornata e’ esaurito e mi fiondo a letto, mentre il buon Giordano si scialla sul divano letto visionando un Rocky d’annata.

Il giorno dopo si salpa per Roma, Circolo degli Artisti, da dove sto scrivendo in questo momento. Stasera se ne vedranno delle belle.

Essere metallaro e’ un duro, durissimo lavoro. Fare colazione tutti i giorni con sangue caldo e frattaglie, cospargersi di grasso di foca monaca e procurarsi il pellame da animali viv per coprire i propri enormi muscoli e’ un’attivita’ che comporta notevole abnegazione.

Fare un videoclip di un pezzo metal, va da se’, e’ un’impresa titanica. Ma i Cayne sono metallari veri, massicci e incazzati e non temono nulla. E sabato si salpa alla volta di Genova, ove ci attende la troupe che realizzera’ il suddetto video.

Partiamo rigorosamente in ritardo per fermarci praticamente subito in Autogrill, prima per mangiare un panino al topo secco, poi per supportare il satanico Barux che armato di pinza cerca di sistemare posticciamente il motore con del fil di ferro. Se il buon Guido non avesse avuto una pinza probabilmente Barusso avrebbe sradicato un cartello segnaletico sminuzzandolo in innumerevoli frammenti per poi forgiarne cotal utensile. Terminata questa operazione terribilmente metal, ci rimettiamo in macchina e riusciamo ad arrivare nel ridente capoluogo ligure. La prima meta e’ un parcheggio sotterraneo dove verranno momentaneamente lasciate le vetture non immediatamente necessarie. Peccato che, poco prima della sbarra di ingresso, la macchina dell’Andre decida di non accendersi piu’.

La macchina dell’Andre e’ un’Alfa con piu’ elettronica di uno shuttle, tanto che per pulire i vetri non utilizza del banale detergente, ma raggi laser. E nel momento in cui viene infilata la chiave e sullo schermo compaiono scritte indecifrabili in un qualche sconosciuto alfabeto alieno ebbene si’, abbiamo un problema.

Approccio Ingegner Annandi: tranquilli, niente panico. Prendo il manuale dell’auto e comincio a scorrerne le pagine cercando di individuare il primo diagramma di flusso che mi possa consentire di circoscrivere e risolvere il problema. Ueh, ho studiato io.

Approccio Andre/Barusso/Guido: prendiamo i cavi, e’ la batteria.

Ecco, infatti. E’ la batteria. Sono in momenti come questi che capisci di essere una creatura assolutamente inutile.

E cosi’ in breve l’auto si ripiglia e si riesce a parcheggiare. Ok, fino a stasera non dobbiamo pensarci. Ora tutti su col Barusso. Prossima tappa: strip club genovese in cui si gireranno le prime scene del video. Bene. L’indirizzo ce l’abbiamo, il navigatore anche. Peccato che il navigatore in questione sia un simpatico burlone che appena prima di farti svoltare cambia idea e ti dice di fare inversione a U. Va da se’ che, in balìa di strumenti tecnologici del genere, arriviamo in loco dopo aver affrontato il deserto del Gobi, l’altopiano anatolico e il Mare del Nord.

Il posto e’ quanto di piu’ sordido si possa immaginare, un night di bassissima lega con due pali da lap dance, muri scrostati, cesso che non si chiude e minuscoli bugigattoli con microtendine per occultare le sporcellerie dei clienti. Sarebbe stato interessante avere sottomano Luminol e luce di Wood. Ma e’ esattamente questo di cui abbiamo bisogno.

La scena ha come protagonista il buon Giordano the frontman, il quale viene adescato da una spogliarellista che lo stordisce con i peggio numeri. La ragazza dimostra subito una notevole confidenza col palo e Giordano entra un attimo in difficolta’, non molto preparato ad una situazione del genere. E quindi, per sciogliersi un po’, non c’e’ niente di meglio di una bella boccia di Jägermeister che il nostro eroe si trangugia di buona lena. E via, si va, scena dopo scena Giorda viene strattonato, spintonato, spupazzato e anche preso a calci, perche’ no. Tutto questo viene prontamente immortalato dall’ottima TIGRE Baciga che si mimetizza nel set con sapienza metallara regalandoci degli scatti che neanche a uno shooting di Burzum.

Bene. Qui abbiamo fatto. Si va al Cineporto a fare le riprese notturne. E qui Giordano deve sobbarcarsi una serie infinita di videosbattimenti, non anticipo niente senno’ Barusso mi impala sul sacro altare del metallo. So solo che il nostro povero cantante andra’ a letto alle cinque del mattino dopo averne passate di ogni.

Il giorno dopo sveglia alle nove. Siamo freschi come degli arrosticini appena fatti. E via, in centro in mezzo ai caruggi a girare le scene della band. Anche in questa occasione ho avuto la dimostrazione che le mie occhiaie sono assolutamente da primato: non c’e’ trucco che tenga, resistono di fronte a qualsiasi tipo di prodotto. Forse dovrei sfidare Della Palma.

Giriamo, giriamo, giriamo. Non so piu’ quante volte abbiamo “suonato” lo stesso pezzo, sudando e faticando come dei fachiri immersi nelle terme in mezzo al Kalahari. So solo che oggi ho i polpacci di Mussi durante la finale di USA ‘94.

Arriviamo a fine giornata discretamente stremati e con delle ascelle molto importanti. Ma tutto cio’ e’ comunque oltremodo metal. Facciamo su le nostre carabattole da 95 Kg cadauna e torniamo a casa.

Nota finale: l’Alfa dell’Andre ovviamente non possiede leve di apertura del bagagliaio. E’ tutto comandato elettronicamente. Sfilare una tastiera lunga piu’ di un metro e pesante 22 Kg facendola passare dalla portiera del passeggero e’ quanto di piu’ titanico si possa immaginare.

Ma cazzo cene. Il metallo e’ con noi.

E checcazzo pero’, eh. Stavolta mi girano veramente le palle per la fine delle vacanze..niente da dire, la settimana Fuoco&Fiamme brallese e’ stata una delle migliori degli ultimi anni. Nessuna pieta’, nessun prigioniero, nessuna remora. Il gruppo TIGRE, elite (perdonate l’assenza dell’accento, ma la tastiera ammericana non ne e’ provvista e il mio rapporto con l’ASCII e’ ancora ai pre-preliminari) combattente speciale dell’HTF, si e’ lanciato in imprese titaniche degne di essere tramandate da ballate piffero-fisarmoniche per i secoli a venire.

Io comincio subito belligerante andando a suonare con i Pipes alla Notte Bianca di Volpedo (ebbene si’), la cui piazza dopo l’una di notte si tramuta in una discopista degna dei peggiori locali di Ibiza con tutto il paese che si dimena a ritmo di vino. L’idillio viene ovviamente interrotto verso le quattro da una pattuglia di Carabinieri che, evidentemente annoiati dalla Settimana Enigmistica, decidono di entrare a gambe tese sui coglioni degli organizzatori costringendoli a sbaraccare. Pfah.

Domenica e lunedi’ sono dedicati al Trebbia, che quest’anno da’ il meglio di se’. Ma io dico che cazzo ci va a fare la gente al mare? C’e’ la sabbia che ti penetra in tutti i piu’ occulti orifizi, l’acqua salata che ti tramuta in un’acciuga in salamoia e un fottuto caldo insopportabile. Mentre il fiume e’ il vero paradiso, acqua incredibilmente calda, pozze belle profonde e un allegro venticello che ti rinfresca le chiappe. Ed e’ proprio sul fiume che inizia il sottile lavoro diplomatico che ci portera’ nel giro di qualche giorno ad una sorta di inaspettato gemellaggio con Cerignale, sancito dall’incontro fra i TIGRE e l’indigena Marta Baciga, entrambi coalizzati contro il nemico comune, Colleri. RRRRRRRRRRRROAAAAARRRR.

Lunedi’ sera timbriamo il primo cartellino all’Ombra di Varzi dove riscopriamo i tipici gusti locali, come il tipico Cuba Pestato di Vito, il barman naturalizzato varzese che presiede alle sbronze di tutto il paese.

Corroborati da questo nettare torniamo in terra brallese e ci adagiamo sui talami, giacche’ l’indomani ci aspetta l’Impresa della stagione.

L’ottimo luogotenente A. TIGRE Passannanti ci guida verso un territorio inesplorato che, a suo dire, nasconde degli incredibili spettacoli naturali. E tutto cio’ in una localita’ segretissima del piacentino. Io e il buon TIGRE Riccardo Prissi siamo eccitatissimi e seguiamo in tutto e per tutto il nostro comandante. Dopo aver raggiunto Perino ed esserci rinfrancati con della coppa locale ci inerpichiamo per improbabili strade asfaltate nel dopoguerra e raggiungiamo Calenzano, un paese di sette case che pero’ vanta ben due fontane e una tipa con una dodicesima di reggiseno che lava dei panni.

Superiamo il paesello e arriviamo nei pressi di una vecchia pieve, secondo me tuttora utilizzata per sacrifici satanici (nonostante mio cuggino si ostini a sostenere il contrario). Ok che questa foto e’ all’imbrunire, pero’…

Pievella

Parcheggiamo qui e imbocchiamo una strada sterrata in mezzo ai campi, dove il viandante viene circondato da more e uva selvatica, delle quali noialtri facciam mambassa scofanando senza remore. Dopo copiosi saliscendi ci immergiamo nella boscaglia affrontando una scalinata che ci porta….qui.

caschella

Di fronte a questo spettacolo inaudito rimaniamo a bocca aperta come delle spose giapponesi al bukkake party la sera precedente le nozze. Una delle ambientazioni piu’ metallare che io abbia mai visto. Acqua che probabilmente arriva direttamente dai Cinque Picchi. E ovviamente non possiamo esimerci dal fare una bella abluzione in queste belle piscine naturali che ci accolgono nel loro tepore con acqua che difficilmente arriva ai 10 gradi. Roba da fagiolino e biglie.

E via, dopo il bagno si prosegue, vai vai vai salta scala inerpicati cammina ocio che c’e’ la palta passa di qua che e’ piu’ facile, e arriviamo all’ultima cascata, una minella di 17 metri che viene giu’ fredda come il cazzo di Rasputin e incazzata come Burzum a un concerto country. E anche qui non resistiamo all’abluzione. Ma cazzo, i costumi sono ancora bagnati e freddi. Ma chissene, qui non c’e’ nessuno. E allora si va a culo nudo. Yeah.

uAAAAH

Rivestitici dopo questa impresa da bulicci ce ne torniamo alla macchina e partiamo. Ma la fame addenta i nostri stomaci avventurosi. E quindi ci si ferma per un aperitivo a Perino dove il barista ci da’ indicazioni per raggiungere un’osteria poco distante. Arriviamo dunque in loco e ci sediamo sotto un pergolato dove squarziamo salumi misti, pisarei, tortelli, anatra arrosto e cotolette, macedonia con gelato. Chiediamo il conto ma ci pregano di presentarci alla cassa, dove la padrona di casa si sincera che la cena sia stata di nostro gradimento e ci presenta un conto decisamente onesto. “Ragassi, vi ho fatto lo sconto”. Beh, certo, evidentemente il barista perinese l’aveva avvisata che di li’ a poco nel suo locale sarebbero calati i TIGRE.

Saldato il conto rientriamo al paesello pieni come autobotti, garruli e galvanizzati dall’impresa. Il riposo dei guerrieri e’ quello che ci spetta di diritto.

Il giorno dopo e’ dedicato alla sacra ed irrinunciabile grigliata per la quale ci premuniamo di vettovaglie in quantita’, non tenendo conto del fatto che ormai siamo anziani e, pur essendo TIGRI affamate, non abbiamo piu’ l’aggressivita’ alimentare degli anni passati. E ovviamente dopo aver consumato poco piu’ della meta’ delle scorte siamo scassati come rapper a un concerto degli Slayer. Tutta colpa del Couscous della Baciga che con le sue verdure ci ha debilitato la digestione. Ma comunque siamo bellissimi, bucolici e anche un po’ bulicci.

grigliaz

Ma, tant’e', non tutti i mali vengono per suocere, e la trimalcionata si rivela benzina indispensabile per la serata che ci prepariamo ad affrontare. Meta: Mill Village di Piacenza. La squadra e’ pronta e motivata e appena in loco, drink alla mano, si scatena in danze tamarre valtrebbiesi. Prissi e’ la star della serata: siamo tranquillamente seduti a goderci una pausa sigo-alcolica dalle danze quando il suddetto, con un movimento anomalo della sedia, rovina con tutto il suo dolce peso su due ragazzette sedute sul divano attiguo causando l’ilarita’ generale. Non pago, il ragazzo riscopre le sue doti di danzatore pelvico-acrobatico suscitando le affamatissime attenzioni di una super MILF che tenta di appiccicarglisi addosso come la proverbiale patella sullo scoglio. Solo l’intervento della Baciga in tenuta post-indie-punk salvera’ Prissi dall’altrimenti inevitabile epilogo.

tamarri

Il giorno dopo, giovedi’, passa liscio e senza eventi particolari, ci stravacchiamo in Trebbia e la sera ci concediamo un paio di cicchetti all’Ombra.

Venerdi’, complice il tempo non eccelso, ci rechiamo con la sopraggiunta Titti a Colleri per dare un occhio al neonato Parco Astronomico.

Aspetta.

PARCO ASTRONOMICO?!?

Gia’. A Colleri hanno installato due pallonazzi bianchi che ospitano al loro interno due telescopi pajella con cui passeggiare per il cielo brallese. Ovviamente il pomeriggio trascorre a pensare a quante stronzate sottometraggistiche si potrebbero realizzare in un contesto del genere.

E siamo pronti per la cena. Teatro della quale sara’ il ristorante di Cerignale, sul quale calano i TIGRE in tutta la loro famelicita’. Disastro. Mangiamo come dei porcelli a digiuno da un mese e ci riempiamo di cinghiale fino alle sopracciglia. Tutte le nostre belligeranti intenzioni di far serata si sopiscono di fronte alla pienezza devastante delle nostre obese panze. E allora optiamo per farci guidare dalla Baciga in un tour notturno del paesello. I raga vengono particolarmente colpiti dal fascino del ruscelletto che senza sosta serpeggia fra le abitazioni cerignalesi e decidono di consacrarlo come si deve.

ruscelletto

Dopo esserci notevolmente alleggeriti (nonostante le invettive della nostra guida turistica) finiamo il giro del paesello e ce ne torniamo nei nostri feudi, dove ci attende il garage con il suo materno tepore.

caraggio

Il giorno dopo c’e’ un tempo eccezzziunale e ci fiondiamo in Trebbia, dove tra un’abluzione e l’altra troviamo il tempo per immortalare la nostra condizione di oltrepadani vacanzieri. Evviva l’ombra che mi copre le occhiaie. Notare la forma smagliante di Faccetto e il sorriso bocconiano del Principino. Che stile, signori.

trebbiazza

E’ sabato. E’ sera. E quindi? Danse’ danse’. Si’, peccato che una volta giunti a Varzi scopriamo che e’ tutto chiuso, percio’ dobbiamo accontentarci di sbronzarci all’Ombra mentre veniamo ricoperti di insulti dalla Baciga che ha dovuto ADDIRITTURA svallare per arrivare li’.  Ma piantala vah, che non sei neanche capace di guidare. Facci, pensaci tu. Uahaha.

La serata si prolunga fino a tardi complice il garage che ci scimmia con le candele. Guardate con quale solerzia il Principino si dedica alle pratiche ceristiche.

caraggio candele cuggino

E giungiamo all’epilogo. La domenica, dopo una trebbiata volante, e’ tempo di tornare in citta’. E’ tempo di deprimersi. E’ tempo di Tannhauser. Questa volta il rientro e’ veramente una tristezza devastante.

Ma coraggio, potrebbe anche andare peggio.

Potrebbe piovere.

Il rientro si sente. Mi ha gia’ preso a pugni, peggio di un cinese ubriaco. Dopo neanche tre giorni di ufficio sono gia’ ridotto come se avessi lavorato due anni senza pause.

Peggio del trauma di rientro lavorativo e’ stato il trauma di rientro musicale. Dopo due settimane di totale inattivita’ le mie dita sono pezzi di legno nodoso, prima di riuscire ad emettere suoni vagamente definibili tali ho dovuto faticare non poco. Credo che suonare sia peggio di allenarsi in uno sport qualsiasi. Un atleta che sta fermo per una settimana non perde quanto un musicista che non si esercita per altrettanto. Persino delle cose che prima mi venivano egregiamente ora sono arrugginite, e di molto. Vabbe’, poco male, una scusa per studiare un po’ di piu’.

E poi mi manca il live. Per fortuna venerdi’ vado a fare del sano punk rock con i Pipes, ne avevo davvero bisogno. I concerti pre-Cina mi avevano lasciato una carica incredibile, Cava su tutti. E ora c’e’ carenza di rocchenroll e bisogna rimediare. Ho anche sistemato come si deve il mio legno da battaglia elettrico che ora ritorna a nuova vita con spalliera, mentoniera e corde nuove di pacca. O di spacca.  Nel frattempo un ottimo collega elettrosmanettone mi sta costruendo un Theremin, non vedo l’ora di fare del casino elettromagnetico. E cosi’ ci si consola di non essere piu’ tra i musi gialli…

Prima o poi la fine doveva arrivare. Ma che finale signori, che finale. Il nostro ritorno nella capitale è stato seguito da avvenimenti epico-ammanitici.

Arriviamo a pezzi martedì sera in aeroporto e ci ficchiamo subito in albergo. Dormire dormire. Il giorno dopo ci svegliamo con comodo e dopo una bella colazione a base di riso flitto e noodles ci dirigiamo verso il quartiere degli artisti. Già, perchè qui a Pechino un casino di anni fa dei tizi creativi hanno deciso di occupare un’intera fabbrica dismessa e di riattarla a galleria d’arte. Va da sè che la cosa ha preso piede e in capo a qualche decennio tutto ciò si è trasformato in un quartiere pieno raso di mostre, sculture e negozi che vendono roba creata da questi artisti. Una ficata, praticamente. Un po’ come se la SNIA venisse sistemata e tirassero su dei capannoni interamente occupati da opere d’arte di qualsivoglia foggia. Assolutamente fantascientifica come ipotesi.

Passeggiando ci imbattiamo in una serie di personaggi bizzarri,  primo fra tutti Commander in versione economy fatto con tocchi di latta ed automobili (beh grazie al cazzo è un transformer) di varia foggia.

commanderazzo

Poco distante c’è un signore nudo che si incazza come una bestia perchè non lo fotografo ma gli preferisco il vicino ingabbiato.

tipo incazzato nero

Successivamente sgamiamo un tizio con tendenze zoofile che tenta di nascondersi dietro una pianta. Che zozzone.

tizio con cavallo

 Fra viene poi adescato da una sagoma di metallo su un muro ma non si rende conto che di lì a poco questa sagoma lo inghiottirà e ruberà la sua anima. Muahahah.

frasagoma

E alla fine della visita, permeati di cultura quasi come dei ciccioli fritti nel lardo, ci concediamo un espresso cinese. Che si rivela anche piuttosto commestibile.

caffè

Bene, è giunta l’ora di tornare a darci una sistemata perchè stasera ci attendono i nostri amici francesi per andare a gustare le prelibatezze che offrono i night market cinesi. Il ritrovo è al Roots Reggae Bar, un localino sui laghetti che è famoso per i prezzi ridicoli delle consumazioni. Tipo che un cocktail viaggia sui 2 euri, esticazzi. Ci beviamo una birretta per scaldarci e via, si va.

I nostri compari d’oltralpe sono dei veri stongioni ma non hanno paura di niente, e ci spingono ad assaggiare le peggio cose. E noi ovviamente non possiamo tirarci indietro, primo perchè non siamo targati CO, secondo perchè eccheccazzo non vorrai mica farti deridere da un francese. E allora si inizia con un antipasto di serpente

fra serpente


giotanni serpente

seguito da un primo piatto a base di scorpioncini (se non credete che li abbiamo mangiati aspettate, arriveranno presto le foto scattate dal nostro socio francese)

fra scorpioni

 e, per finire, un ottimo secondo piatto a base di scorpioni enormi. Nella foto potete vedere la nostra compare francese che con nonchalance ed eleganza addenta senza pietà il malcapitato aracnide. Anche in questo caso, nonostante la ributtanza della pietanza (va là che rimetta), abbiamo assaggiato questa prelibatezza e presto arriveranno foto di questa impresa, immortalata dal buon Rodrigue.

scorpione francese

Beh, signori, direi che non è male come giornatina. Noi ci siamo sentiti fieri di noi stessi come non mai per la nostra ardimentosità e perciò ci siamo di diritto guadagnati il meritato riposo.

Ma veniamo a ieri, giovedì. La giornata dal finale incredibile.

Ci alziamo prima di pranzo ed andiamo a mangiare in una bettola dietro l’albergo, dove con 2 euro a testa ci si ammazza di cibo e si esce ruttando che manco dopo un pranzo di matrimonio. Le nostre belligeranti intenzioni di fare il periplo del quartiere centrale di Pechino in bici vengono sopite dal meteo nefasto, ma, durante la passeggiata in piazza Tienanmen, abbiamo il nostro momento di celebrità e veniamo assaliti da cinesi presi benissimo che ci fanno fotografie a nastro. Roba che in mezz’ora ci fanno tipo 11 foto. E i bimbi apprezzano la nostra occidentale cordialità nel posare.

bimbi cini

Ok, ormai abbiamo deciso che oggi niente bici. E allora si va di Silk Market a gogo, giacchè abbiamo ancora un casino di regali da fare. E dopo un pomeriggio passato in quella bolgia satanica vi assicuro che eravamo più scassati di quando ci siamo fatti tutte le mure di Xi’an in bici. Passare in mezzo a quei baracchini che vomitano cinesi urlanti “Sir sir sir shirts shirts shirts wallets wallets wallets shoes shoes shoes prada prada prada anzi plada plada plada” è un’esperienza davvero estenuante. Ma io sono particolarmente garrulo perchè riesco a farmi fare un frac su misura a 100 euri. 100 EURI!!!!! Figa se sarò superfico ai prossimi concerti classicosi.

Beh dai è la nostra ultima serata in cui possiamo fare casino, diamoci dentro. Per cominiciare andiamo a fare il bis di anatra pechinese dal buon Signor Li, che anche questa volta non delude. Dopo cena decidiamo che ci sentiamo fichetti e ce ne andiamo all’ Atmosphere, un locale suppatrendy che si trova all’ottantesimo piano di un grattacielo pajura nel quartiere business di Pechino. Ci sediamo al bancone da veri aficionados e ci sorseggiamo un Cuba in mezzo a queste mandrie di fichetti che fumano il sigaro e si bevono drink a gogo. Fortunatamente, però, il clima iperpettinato viene smorzato allorquando ci rechiamo all’elegantissima toilette, dove un tizio sbronzo marcio sta amabilmente sboccando nel lavandino di fronte al lacchè impassibile che porge salviettine. Una scena veramente notevole.

Dopo un po’, a drink finito, decidiamo che questo alla fin fine non è il nostro posto e allora ce ne torniamo al nostro bel Roots Reggae. E qui inizia il delirio.

Ci sediamo fuori su un divanetto e sorseggiamo degli shottini a base di wodka alla menta e di liquore alla banana. Colluttorio misto gommone. Una sciccheria. Dopo una mezz’oretta arriva il cameriere e ci chiede di spostarci dentro perchè dovrebbe liberare il tavolo esterno. Ok, bella. Peccato che il nostro tavolo sia di fianco ad una cumpa di tre cinesi, uno dei quali è completamente fottuto e appena ci vede comincia a farfugliare roba in cininglese che a stento riusciamo a capire. Vabbè, poco male, noi con gli stongi siamo abituati ad avere a che fare. Il tizio tutto sommato è simpa, scherza con Fra ed è preso bene perchè secondo lui mi assomiglio ad Aragorn del Signore degli anelli.

Tutto bene fino a che il tipo, con l’ennesimo Cuba sul groppone, mi si blocca davanti e mi dice qualcosa in cinese con aria seria. Io non capisco una mazza e gli sorrido stringendo le spalle. E il tipo sclera.

Mi salta addosso tipo uomo cannone e mi tira un cartone sul muso. Io di istinto mi faccio su a riccio e ’sto qua cerca di tirarmi un’altra mazzata, ma fortunatamente intervengono i suoi soci, uno dei quali si becca un sonoro calcio nei coglioni che lo rimbalza sul divano. La band ammutolisce, il locale si blocca incredulo e interviene anche il barman che allontana il fottuto. Io e Fra ci guardiamo come due che hanno appena visto Giuliano Ferrara che si fa una sega in piedi sul Bruco Mela.

 Mentre sono ancora di sasso per la scena, mi si avvicina un amico dello sbronzo e, affranto, mi implora di perdonarle l’amico che si è comportato veramente male. Io ovviamente accetto le scuse, anche perchè, fortunatamente, lo stongione non mi aveva fatto granchè male.

Per perdonare questa estrema mancanza di rispetto nei confronti dell’ospite occidentale, l’amico ci offre da bere e ordina una boccia di rum e lattine di coca. E alè, si riinizia a bere. Noi sbevazziamo ma stiamo con le antenne dritte, perchè ’sta situazione non è che sia delle migliori. Io inizio a farmi i film che ’sto qua ci vuole far sbronzare per poi farci uscire, riempirci di legnate insieme ai suoi compari e portarci via anche le mutande. Come se non bastasse, fuori inizia il diluvio. Viene giù un muro d’acqua ininterrotto che ci impedisce di accampare qualsivoglia scusa per lasciare il locale. E vabbè, cazzo dobbiamo fare, beviamo.

Il tipo, nel frattempo, continua a parlare al telefono, non si capisce bene con chi. Dopo una mezz’oretta capiamo. Costui si assenta per cinque minuti per ritornare con due tipelle ventenni benvestite ed aitanti. Le fa accomodare di fronte a noi e mi sussurra all’orecchio “Se te le vuoi fare, non c’è problema, è free”

Hai capito ’sti cinesi! Non solo ti offrono da bere se ti fanno uno sgarbo, ma ti offrono anche LE PUTTANE!!!! Io molto educatamente rifiuto l’offerta e in cuor mio continuo a sperare che smetta di piovere cosicchè possiamo lasciare questo luogo infernale. Macchè. non molla un cazzo. Tant’è che ad un certo punto Fra ed io decidiamo di pigliarci l’acqua e, con la scusa del volo che parte l’indomani, ce ne andiamo fuori dai coglioni. Nella sfiga però si apre uno spiraglio a forma di taxi. Di fronte al locale c’è infatti un taxi vuoto che era stato chiamato da delle tipe americane che però erano in troppe per salire. E allora figa se saliamo noi! E dopo una breve contrattazione possiamo tirare il fiato e affondare le chiappe nel sedile.

Arrivati finalmente in albergo ci abbandoniamo ai letti ancora increduli per l’accaduto. Decisamente una last night in Beijing piuttosto originale. E col senno di poi avremmo anche potuto evitare di prenderci male mentre il tipo ci offriva da bere, ma minchia sono in cina uno impazzisce e mi mena e poi un altro arriva e mi riempie di alcool e mignotte? Questo è un libro di Ammaniti, non un viaggio in Oriente.

Ma, tant’è, finale azzecatissimo per viaggio epocale.

Pechino è vicino. E ci mancherà un casino.

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